{"id":794,"date":"1999-04-25T14:00:00","date_gmt":"1999-04-25T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/vittoriobugli.it\/?p=794"},"modified":"2025-08-12T11:16:13","modified_gmt":"2025-08-12T09:16:13","slug":"1999-04-25-commemorazione-del-25-aprile-1999","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vittoriobugli.it\/?p=794","title":{"rendered":"Commemorazione del 25 Aprile 1999"},"content":{"rendered":"<p>Possiamo dire che ce l&#8217;abbiamo fatta: volevamo questa piazza con tante persone e ce l&#8217;abbiamo fatta, siamo veramente in tanti, qui, oggi. Salutiamo questo fatto positivo: facciamo un applauso a questa piazza, ai comuni, alle associazioni antifasciste, combattentiste, dei reduci, alle altre associazioni, agli studenti, ai volontari, ai cittadini che sono qui oggi, che siamo qui oggi.<br \/>\nE&#8217; importante essere qui oggi. E&#8217; la nostra collettivit\u00e0 tutta insieme, gli undici comuni del nostro Circondario. Oggi \u00e8 il 25 Aprile, festa di Liberazione del nostro Paese. Ma \u00e8 un 25 Aprile particolare, con una guerra in corso e con una tragedia di centinaia di migliaia di profughi in corso.<br \/>\nQuesto \u00e8 per noi un profondo fastidio che sentiamo, che viviamo nelle nostre coscienze come fosse un male che avanza senza poter fare niente per liberarcene, che proviamo ognuno con un nostro modo personale ma che sentiamo profondamente tutti e che non sappiamo cosa fare per liberarcene.<br \/>\nE&#8217; un fastidio profondo che sentono quanti hanno vissuto nel periodo fascista e ne hanno sopportato le conseguenze: i perseguitati politici, gli ex volontari della Guerra di Liberazione, i superstiti della deportazione, i familiari dei deportati e dei fucilati il 24 luglio del &#8217;44, i familiari dei caduti civili e militari.<br \/>\nE&#8217; un fastidio profondo che sentono i giovani, gli studenti, giovani ragazze e ragazzi delle scuole della citt\u00e0 che partecipano a questa manifestazione e che sono saliti su questo palco a darci la loro lezione.<br \/>\nE&#8217; un fastidio profondo che avrebbero sentito le persone oramai scomparse che hanno vissuto la guerra di liberazione se fossero state ancora con noi. Fossero stati presenti avrebbero, con la stessa umanit\u00e0, con la stessa naturalezza con cui lo ha fatto prima Dirce, avrebbero testimoniato ancora una volta di cosa sono stati capaci donne e uomini nati e cresciuti nella semplicit\u00e0 e nella modestia, che, quasi istintivamente, ma con grande tenacia e rigore, hanno portato avanti la loro attivit\u00e0 politica e militare di lotta al fascismo pagando per questo conseguenze durissime: il carcere, la tortura, il campo di concentramento, l&#8217;impossibilit\u00e0 di avere figli.<br \/>\nHa detto La Pira: &#8211; Empoli rappresenta un punto speciale della geografia dell&#8217;Antifascismo, un punto speciale nella geografia della Resistenza -.<br \/>\nPunto speciale perch\u00e8 la lotta Antifascista, l&#8217;organizzazione costante e strutturata che intorno ad essa venne sistematicamente durante la Resistenza, lo stesso dinamismo con il quale prese poi corpo la ricostruzione, furono frutto di un grande coinvolgimento di massa, di un grande cemento culturale e politico che si snod\u00f2 ininterrottamente dalla nascita del fascismo in poi.<br \/>\nNella nostra zona i perseguitati dal regime fascista non sono stati degli isolati, degli &#8220;estremisti&#8221;, ma sono stati il prodotto di un tessuto sociale e politico molto diffuso, sostenuto dalla gente comune, dalla popolazione.<br \/>\nSolamente ad Empoli quasi cinquecento cittadini pagarono con punizioni durissime la loro opposizione alla dittatura fascista. Un numero impressionante, notevole, che mostra con tutta la sua forza quanto questa battaglia non fosse confinata in un&#8217;unica classe sociale, quanto forte fosse il coinvolgimento di tutte le estrazioni sociali: contadini, operai, ma anche artigiani, lavoratori in proprio, intellettuali, studenti.<br \/>\nMostra con tutta la sua forza quanto decisa fosse la convinzione di ognuno nell&#8217;andare incontro anche a sacrifici enormi. Alla base la stessa convinzione &#8211; riconquistare il diritto alla libert\u00e0 e alla democrazia e rivendicare condizioni di vita pi\u00f9 accettabili &#8211; e la stessa coerenza nel sopportarne le conseguenze.<br \/>\nNon era facile.<br \/>\nNon era facile resistere, fare scioperi, rivendicare miglioramenti salariali e diritti politici.<br \/>\nNon era facile avere un ideale, una convinzione, una certa impostazione della vita e dell&#8217;esistenza mentre cercavano quotidianamente di portarti via da sotto i piedi questa vita e questa esistenza.<br \/>\nCertamente la nostra classe operaia era combattiva e coraggiosa. Ma altrettanto certamente doveva essere forte il legame tra classi, l&#8217;attaccamento al lavoro, il senso di libert\u00e0 e un grande ideale che potesse fare da motore, da strumento, da elemento ordinatore e che quasi sempre era l&#8217;ideale comunista.<br \/>\nLa Resistenza ha significato per noi fucilazioni, rastrellamenti e uccisioni per rappresaglia dei tedeschi. Ha significato scenari incredibili, eccidi di civili innocenti, tappe atroci lungo la ritirata dei nazisti.<br \/>\nHa significato civili morti durante i bombardamenti alleati, famiglie intere decimate in pochi secondi, un prezzo altissimo imposto dalla guerra, e ancora la distruzione del territorio urbanizzato: case, fabbriche, ponti, chiese, palazzi pubblici, vie di comunicazione, bombardati dagli alleati o minati dai tedeschi.<br \/>\nHa significato partenza di volontari per partecipare all&#8217;ultima tappa della guerra di liberazione dall&#8217;occupazione nazifascista: ormai liberate, le nostre citt\u00e0 vollero offrire con generosit\u00e0 il proprio contributo alla liberazione dell&#8217;Italia ancora occupata, esprimendo una continuit\u00e0 ideale con l&#8217;antifascismo militante.<br \/>\nMolti combattenti sono morti durante la guerra di liberazione. Tutti coloro che combatterono credevano in un futuro, nel futuro. Quella giovent\u00f9 che ebbe quella grande volont\u00e0 di sacrificio, che si un\u00ec sotto la parola Resistenza, di una Resistenza internazionale e concorde contro lo scempio dei loro Paesi, contro l&#8217;onta dell&#8217;Europa hitleriana e l&#8217;orrore di un mondo nazifascista e fascista, non voleva solo &#8220;resistere&#8221; ma voleva fortemente essere l&#8217;avanguardia di una migliore societ\u00e0 umana. Questo \u00e8 il vero messaggio, quello aperto al futuro, che ci hanno lasciato i martiri della Resistenza europea: per loro resistere alla violenza non era sufficiente ma occorreva che dalla coscienza di lottare per la libert\u00e0 nascesse l&#8217;utopia, una grande utopia, di avere un futuro di pace, l&#8217;alba di una migliore societ\u00e0 umana per la quale l&#8217;obiettivo sia il bene comune, oltre gli egoismi, la violenza, il potere del profitto.<br \/>\nQuesta nostra, di oggi, \u00e8 davvero la migliore societ\u00e0 umana per cui lottarono i combattenti della Liberazione? Siamo riusciti a trasformare la loro grande utopia della pace in una teoria cultura della pace? Certamente no. Non siamo riusciti, quello che sta accadendo lo dimostra, a liberarci dalla dannazione della guerra. Ma a noi sta il compito di non arrendersi e se anche siamo in presenza di un mondo che continua a produrre guerre, dobbiamo sapere che sta a noi cambiare il corso della storia e migliorarne il suo futuro. O l&#8217;uomo sar\u00e0 veramente universale o morir\u00e0 e per fare questo ha ancora da compiere una strada lunga su una via stretta che trasformi l&#8217;utopia di pace in cultura della pace e alla volont\u00e0 si aggiunga una ferma convinzione.<br \/>\nIl tema dei crimini di guerra non \u00e8 ancora chiuso, non solo la guerra permane come strumento per gestire conflitti di vario tipo, ma sono stati compiuti &#8211; quasi come appendici &#8220;normali&#8221; dei conflitti &#8211; eccidi di massa, stupri, torture, deportazioni&#8230; ancora oggi, come se non fosse gi\u00e0 successo e condannato dai tribunali internazionali e dalla coscienza collettiva.<br \/>\nQuesto \u00e8 quello che sta accadendo nei Balcani, oggi, qui vicino a noi. Tutti noi credo ci sentiamo in qualche modo scioccati e increduli di fronte a ci\u00f2 che sta avvenendo. Ora, la guerra \u00e8 &#8220;in casa&#8221;, si riesce quasi a percepirne il frastuono e a scorgere i bagliori all&#8217;orizzonte. Colpisce luoghi che ci sono tutto sommato familiari per averli visitati con facilit\u00e0.<br \/>\nIl nostro fastidio \u00e8 profondo anche perch\u00e9 l&#8217;ambito dei Balcani \u00e8 una polveriera dalla quale hanno sempre preso origine i conflitti pi\u00f9 estesi e spaventosi. Una polveriera che per qualche decennio, in questo secondo dopoguerra, sembrava disinnescata. La federazione Jugoslava, sotto il dominio di una personalit\u00e0 discutibile ma indubbiamente prestigiosa come quella di Tito, pareva aver trovato un equilibrio, precario ma tutto sommato accettabile, di convivenza tra i diversi popoli. Al Kosovo, regione a grande prevalenza albanese, nell&#8217;epoca di Tito, era stata concessa un&#8217;ampia autonomia.<br \/>\nAlla morte di Tito &#8211; per ragioni ormai note e che non \u00e8 il caso di richiamare qui &#8211; molti di questi precari equilibri sono saltati e la federazione \u00e8 andata rapidamente incontro alla disgregazione.<br \/>\nLa comunit\u00e0 internazionale, ovvero l&#8217;Unione europea e in particolare alcuni paesi dell&#8217;Unione, di fronte a questa disintegrazione, invece di lavorare alla ricostruzione degli equilibri persi, hanno scelto, spesso per ragioni di bottega, di soffiare sul fuoco dei nazionalismi, accelerando e inasprendo il processo che ha dato per risultato le guerre di secessione di Slovenia e Croazia e poi la grande e tuttora purtroppo incombente tragedia della Bosnia-Erzegovina e di Sarajevo.<br \/>\nQueste cose le dicevamo gi\u00e0 nel luglio del 1995 quando ci trovammo a riflettere sull&#8217;inasprimento distruttivo degli avvenimenti che gi\u00e0 tre anni prima erano apparsi nella loro connotazione e che allora stavano precipitando. Sono passati quasi 4 anni e siamo di nuovo qui, con i fatti di queste settimane. La comunit\u00e0 internazionale, l&#8217;Unione europea e i grandi paesi dell&#8217;Europa non sono quindi esenti da responsabilit\u00e0 nella tragedia jugoslava.<br \/>\nLa crisi del Kosovo chiama in causa la responsabilit\u00e0 dell&#8217;Europa, ne sollecita ancora una volta la crescita come comunit\u00e0 politica, la chiama a giocare la sfida politica, non quella militare, di agire perch\u00e9 i Balcani divengano al pi\u00f9 presto, come i paesi del continente che sono ancora fuori dal trattato dell&#8217;Unione Europea, membri a tutti gli effetti dell&#8217;Unione.<br \/>\nOvviamente \u00e8 una sfida difficile perch\u00e9 comporta un processo di democratizzazione in questi nuovi paesi aderenti, ma \u00e8 l&#8217;unica via che pu\u00f2 essere affrontata dall&#8217;Europa se vuole assestarsi come confederazione fra paesi che vogliono stare insieme conservando la loro diversit\u00e0 e che non usano i conflitti per regolare le loro differenze. Questa Europa, l&#8217;unica Europa possibile, non pu\u00f2 fermarsi al confine della ex Jugoslavia e per farlo deve tirare fuori tutta l&#8217;azione efficace della politica.<br \/>\nIl regime serbo-jugoslavo di Milosevic \u00e8 un regime dittatoriale, odioso, ottuso, criminale, che \u00e8 riuscito, tra le altre cose, revocando l&#8217;autonomia del Kossovo, a far riesplodere un focolaio di tensione nelle forme a tutti note.<br \/>\nL&#8217;origine e la colpa degli avvenimenti gravi di oggi si chiamano massacro di Bucovar, Fosse comuni, pulizie etniche. Si chiamano violazione dei diritti umani. Si chiamano Serbia che non ha offerto alternative.<br \/>\nMa di fronte all&#8217;ostinazione, all&#8217;irriducibilit\u00e0 e anche agli orrori del regime di Milosevic in Kossovo &#8211; e all&#8217;irriducibilit\u00e0, bisogna dirlo, dell&#8217;Uck, il partito indipendentista albanese &#8211; non c&#8217;era altra soluzione se non il ritiro della delegazione OSCE e il ricorso alla forza da parte della NATO?<br \/>\nNoi eravamo e restiamo convinti &#8211; e con noi molti altri italiani, lavoratori, comuni cittadini e personalit\u00e0 &#8211; che si dovessero esperire, in questi anni, lunghi anni, fino alla cocciutaggine, altre e possibile vie alternative di pressione e di negoziato per mettere fine alla repressione serba nel Kossovo e riportare le componenti al tavolo della trattativa e che il ricorso al linguaggio delle armi rischi di contribuire ad aggravare ed estendere il conflitto, inasprendo ancor di pi\u00f9 gli odi, i risentimenti e i propositi di vendetta. Ecco a cosa sarebbe servita e a cosa servirebbe un&#8217;Europa politica.<br \/>\nNoi qui, oggi, dobbiamo sentire il bisogno di esprimere l&#8217;assurdit\u00e0, il ribrezzo per la guerra in generale come strumento di soluzione delle controversie e dei conflitti e dobbiamo esprimere un forte richiamo affinch\u00e9 cessi questo intervento.<br \/>\nQuesto mondo ormai unipolare, dove gli Stati uniti rischiano di essere rimasti l&#8217;unica potenza dominante, sembra ormai scivolare su una china che pu\u00f2 divenire inarrestabile. Si sta rapidamente passando da una fase, gi\u00e0 di per s\u00e9 preoccupante, in cui il &#8220;via libera&#8221; dell&#8217;ONU assumeva spesso le forme di un imprimatur di legittimit\u00e0 messo all&#8217;ultimo momento per &#8220;coprire&#8221; un intervento, ad un&#8217;altra in cui si ritiene di poter fare a meno anche di qualsiasi elemento o copertura di legittimit\u00e0 formale da parte dell&#8217;ONU.<br \/>\nIl nostro compito e il nostro dovere \u00e8 quello di associarsi alle numerose voci che chiedono la sospensione immediata delle ostilit\u00e0 da parte della NATO e il ritorno alla trattativa, per perseguire, con ostinazione, la via del dialogo e della pace. L&#8217;iniziativa deve essere restituita alla politica e alla diplomazia.<br \/>\nIl governo italiano &#8211; che sembra essere considerato un interlocutore privilegiato da Belgrado &#8211; al di l\u00e0 di ogni sottile distinzione sulla qualit\u00e0 della partecipazione del nostro paese al conflitto &#8211; deve farsi portatore di un&#8217;iniziativa forte che prema per la sospensione immediata delle azioni di guerra e rilanci le trattative di pace nei modi e nei tempi ritenuti pi\u00f9 opportuni dai canali diplomatici, realizzando cosi concretamente il dettato costituzionale che vede l&#8217;Italia ripudiare la guerra come strumento di soluzione delle controversie internazionali.<br \/>\nNon abbiamo bisogno di fare retorica sull&#8217;assurdit\u00e0 e la crudelt\u00e0 della guerra, n\u00e9 sulle vittime e sulle distruzioni che provoca. Dir\u00f2 solo che, come tutti noi, se mi \u00e8 consentito come tutti gli empolesi, provo un brivido ogni volta che apro il giornale o guardo la televisione e vedo, a due passi da casa, immagini di un&#8217;Europa che credevo ormai relegate ai documentari o ai film di guerra; e provo angoscia per il nostro futuro e quello dei nostri figli. Figli pi\u00f9 grandi o pi\u00f9 piccoli che si stanno abituando come noi a vedere queste immagini che con questa nuova tecnologia bellica sono trasmesse insieme a citt\u00e0 colpite che quasi non interrompono le loro normali attivit\u00e0. Immagini dunque che sembrano girate apposta per farci abituare alla guerra<br \/>\nNoi non vogliamo abituarci alla guerra.<br \/>\nLa guerra pu\u00f2 essere fermata. Ma pu\u00f2 essere fermata solo se iniziano discretamente i negoziati. La soluzione deve essere politica. Ci sono gi\u00e0 dei cambiamenti nella posizione di Milosevic e possono dare spazio alla soluzione politica. Deve essere ricercata attraverso il dialogo, la tenacia diplomatica, il compromesso, la verifica paziente, ma ferma, di ogni spiraglio lasciato dall&#8217;azione militare.<br \/>\nSe Milosevic mostra una qualche disponibilit\u00e0 alla presenza di forze ONU nel Kosovo essa deve essere verificata fino in fondo per vedere se si tratta dell&#8217;ennesimo escamotage o della possibilit\u00e0 di andare a fare quello che appare la cosa davvero discriminante e cio\u00e8 imporre sul terreno la presenza di una forza multinazionale a garanzia del rientro di tutti i profughi.<br \/>\nL&#8217;obiettivo non \u00e8 quello di occupare la Jugoslavia, ma di porre fine al massacro ed ai crimini commessi contro la popolazione kosovara, alla quale deve essere assicurato non solo il diritto alla vita ma anche quello ad una loro sostanziale autonomia.<br \/>\nNoi abbiamo aspirazione alla pace e alla serenit\u00e0, al rifiuto di ogni forma di guerra, chiedendo che siano fermati i bombardamenti e siano ripresi i negoziati attraverso un&#8217;azione dell&#8217;Unione Europea sui Balcani e sostenere con forza che venga riattivato immediatamente il ruolo dell&#8217;ONU affinch\u00e8 prenda il controllo del territorio una forza multinazionale di interposizione.<br \/>\nSiamo venuti qui oggi con profondo fastidio per quanto sta accadendo e con tanti dubbi su cosa potere e dovere fare. Ma se siamo qui in tanti \u00e8 anche perch\u00e9 abbiamo anche delle certezze.<br \/>\nAbbiamo la certezza che \u00e8 nostro compito di non restare inattivi, di non chiudersi in se stessi, di manifestare il nostro disagio e la nostra volont\u00e0 di pace. Questo abbiamo fatto prima di tutto in questa bella mattinata di crescita collettiva delle nostre citt\u00e0.<br \/>\nAbbiamo la certezza che non dobbiamo arrenderci di fronte alle atrocit\u00e0 commesse da un dittatore pazzoide che gioca il nazionalismo come arma di distruzione e che non dobbiamo arrenderci alla guerra che sta imperversando: non esiste pace conquistata con le armi, pace raggiunta con le scorciatoie militari. L&#8217;unica pace duratura \u00e8 quella che viene dal suo radicamento nella coscienza dei popoli.<br \/>\nAbbiamo la certezza che dove vi \u00e8 gente nel mondo che ha bisogno del nostro aiuto e della nostra solidariet\u00e0, noi dobbiamo e vogliamo esserci. Ecco perch\u00e9 oramai da settimane si stanno raccogliendo fondi e mezzi per le popolazioni del Kosovo e per le popolazioni civili colpite dalla guerra dei balcani. E vogliamo continuare a farlo, nella societ\u00e0, nelle sue istituzione, nelle associazioni, tra i lavoratori, nelle scuole e tra i giovani.<br \/>\nDa questa manifestazione ci venga ancora un ulteriore stimolo per rimboccarci le maniche in questa grande azione di solidariet\u00e0 e ci vengano le giuste sensibilit\u00e0 per occuparci da vicino di quello che sta accadendo con la coscienza e la partecipazione di cittadini consapevoli di avere il prorpio paese in guerra con un&#8217;altro.<br \/>\nAbbiamo infine la certezza di essere tutti profondamente convinti che il cammino per la costruzione della pace \u00e8 l&#8217;unico certo per credere in un mondo migliore ed avere un futuro migliore. Sappiamo, siamo consapevoli, che \u00e8 pi\u00f9 facile scendere in guerra che costruire con sacrificio, quotidianamente, la pace. A noi per\u00f2 interessa essere profondamente convinti che a queste zone, a queste collettivit\u00e0, \u00e8 concesso solamente costruire il proprio futuro sulla scia e sulla tradizione della nostra storia: ci \u00e8 concesso solo il percorso lento, duro, pieno di sacrifici per la costruzione quotidiana della pace attraverso la partecipazione attiva alle cose del mondo. Alle nostre collettivit\u00e0 \u00e8 sempre interessata ed interessa la storia, perch\u00e9, come diceva Gramsci a suo figlio Delio, la storia riguarda gli uomini viventi e tutto ci\u00f2 che riguarda gli uomini, quanti pi\u00f9 uomini \u00e8 possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in societ\u00e0 e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non pu\u00f2 che piacerci pi\u00f9 di ogni altra cosa.<br \/>\nE le nostre collettivit\u00e0 vogliono continuare a partecipare alla storia attraverso la partecipazione quotidiana, con momenti come questo di stamani, alla costruzione di un futuro migliore con il sacrificio dello studio e del lavoro, la pazienza del confronto, la concretezza dell&#8217;azione quotidiana.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Possiamo dire che ce l&#8217;abbiamo fatta: volevamo questa piazza con tante persone e ce l&#8217;abbiamo fatta, siamo veramente in tanti, qui, oggi. 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