Con la perdita di Renzo Empoli ha da esser triste perché se n’è andato uno dei più bei protagonisti della sua vita di comunità. Pochi sono quelli che non l’hanno conosciuto perché a un certo punto, quando c’era da farlo, Renzo arrivava sempre. Arrivava quando pensava che la città non percepisse la necessità di una lettura adeguata, indispensabile, di quello che stava accadendo alla società. Arrivava con il suo spirito critico, la sua lettura “diversa”, sempre aperta, caricata da una grande capacità comunicativa. Sollecitava riflessioni, interpretazioni, sempre dal punto di vista dei più colpiti, fossero i giovani del quartiere o gli abitanti delle case popolari, le ospiti del carcere del Pozzale o chi si era perso in percorsi difficili. E provava a lanciare un’idea, la strutturava con un progetto, la presentava ai cittadini, perché senza la loro partecipazione non la riteneva valida per andare avanti, e alle istituzioni, perché per quelle c’era sempre tanto pungolo, ma anche grandissimo rispetto. Animatore perenne, praticava il suo ruolo di parroco non solo in parrocchia ma principalmente fuori di essa: vero interprete di quella “chiesa in uscita” tanto cara, oggi, a Papa Francesco. Non solo per la sua figura di prete-operaio perennemente a dirti che voleva stare in mezzo alla società, là dove si lavora, ma anche perché sempre protagonista in tutti i progetti del quartiere e della città insieme ai soggetti principali che li portavano avanti. Tutti gli anni veniva in consiglio comunale con i ragazzi passati a Cresima, cioè passati ad essere “soldati del Signore” e provava a farli divenire anche cittadini attivi con la consegna della Costituzione da parte del Sindaco. Perché Renzo era anche questo: un prete e un uomo che aveva a riferimento del suo pensiero e delle sue azioni la Bibbia e la Costituzione
