L’Olocausto è la cicatrice più dolorosa della storia, un segno indelebile che ci ricorda dove può arrivare l’umanità. A chi oggi ha vent’anni, accanto a un libro di storia, un documentario o una mostra, suggerisco di leggere anche, e prima di tutto, i pensieri e le poesie dei deportati nei campi di sterminio. Molti di loro erano giovani, giovanissimi. Come Halina Nelken, che ad Auschwitz sopravvisse ma non riebbe mai indietro la sua giovinezza. Questa sua poesia è secondo me una delle testimonianze più significative della Shoah:
“Vita sciupata. Che infamia che i giorni scorrano senza alcun senso
Che anziché il riso — io conosca soltanto lacrime
Sono avvilita, sono angosciata
Per aver perduto ogni speranza da così tanto tempo
Come accettare la grettezza umana?
Come pensare alla morte — quando il mondo mi sta chiamando!
Non ho ancora vent’anni
Sono giovane!
Giovane,
GIOVANE!
Vita sciupata, che infamia…”