Ventuno anni fa la strage di Capaci. Oggi è facile cadere nella retorica e per questo ritengo che il miglior modo per ricordare Giovanni Falcone sia attraverso le sue parole. Mi ha colpito soprattutto una frase, che ho ritrovato sfogliando il libro ‘Cose di Cosa nostra’: “Nei momenti di malinconia mi lascio andare a pensare al destino degli uomini d’onore: perché mai degli uomini come gli altri, alcuni dotati di autentiche qualità intellettuali, sono costretti ad inventarsi un’attività criminale per sopravvivere con dignità?”. Falcone conosceva la risposta. La mafia, diceva, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano, ma si alimenta in un contesto fatto di connivenza, intimidazione, ricatto, omertà. Un contesto deviato in cui l’onore, la dignità, il rispetto si conquistano con la violenza e la sopraffazione. Quanto più la politica e le istituzioni si contrapporranno a questo schema rafforzando la cultura e i valori della democrazia tanto più la mafia retrocederà. È l’insegnamento più grande che Giovanni Falcone ci ha lasciato. Lo ricorderò anche domenica prossima a Firenze, rappresentando la Regione Toscana alla cerimonia per il ventesimo anniversario della bomba di via dei Georgofili. La memoria va alimentata e rafforzata, non con un puro esercizio di commemorazione ma trasformandola in una nuova “energia civica” per tutta la società e sopratutto per le giovani generazioni.