Siamo nel pieno di una tempesta finanziaria che incide pesantemente su una situazione economica del Paese che era già molto pesante. Siamo ad un drammatico passaggio di fase nel quale appare inevitabile porre rimedio agli effetti di una interpretazione tutta finanziaria della globalizzazione che è scattata coi mutui ipotecari, poi è arrivata alle cartolarizzazioni dei prestiti, agli ambigui ed estesi meccanismi delle scatole cinesi, ai rapporti interbancari. Agli effetti di un modello, prima di tutto USA, che ha messo la finanza al posto di tutto, prima di tutto, fino a sostituire il ruolo che solo i redditi della produzione, da lavoro, la loro redistribuzione possono svolgere.
Tutti, specialmente i peggiori profittatori e responsabili di questo stato di fatto, cercano oggi riparo presso lo Stato. Il rischio che si intravede non è solo il crollo del castello di carta della finanza creativa, ma guai seri per l’economia delle persone, delle aziende e degli Stati. Siamo già entrati in una fase di depressione e presto recessione la cui entità è impossibile sapere.
E’ crollato di botto quel modello che la sinistra e importanti economisti avevano criticato duramente: il liberismo sfrenato e de-regoralizzato. Ora tutti sono diventati statalisti, troppo statalisti. Anche coloro che, come Tremonti nella bozza di DPEF del 2003, ci proponevano il modello dei prodotti finanziari sui mutui applicato negli USA come panacea per il rilancio del Paese (vedi sotto un articolo de La Repubblica del luglio 2003). Fu bloccato dall’opposizione ma procurò comunque un enorme sviluppo della finanza creativa, delle cartolarizzazioni, del via libera dell’accesso degli Enti locali a strumenti finanziari rischiosi.
Tornando ad oggi, senz’altro non è criticabile l’annuncio circa le modalità di intervento fatto dal Governo. Ma lo attuerà? Nel frattempo la cosa molto concreta che era stata attuata era quella riga meschinamente nascosta nel provvedimento Alitalia con la quale si discolpavano Tanzi, Cragnotti, Geronzi e compagnia.
E’ anche buffo, nella sua complessità, che classi dirigenti che hanno sistematicamente attaccato l’Europa, ora facciano la giusta proposta di affrontare la crisi a livello Europeo. Purtroppo così non sarà, almeno fino in fondo, perchè l’Europa non ha la sua FED ed è ancora indietro nel necessario processo di integrazione delle politiche finanziarie e di controllo (vedi sotto gli articoli tratti da www.lavoce.info). Meno male che il Paese ha saputo resistere alle strade indicate da Tremonti e Berlusconi. Specialmente per quanto riguarda l’Europa: chissà cosa ne sarebbe stato dell’Italia se non avesse accettato e vinto la sfida che propose e guidò il primo Governo di Centro Sinistra.
La cosa peggiore, peraltro, è che tutto ciò fa “grandinare sul bagnato”. Gli effetti depressivi e recessivi sull’economia reale che apparivano già probabili prima di questa crisi, ora appaiono inevitabili e di notevole portata. Ancora non si sa quanto…
Tocca alle forze serie del Paese avere cervello e responsabilità anche per le altre, non andare al “bagaglino” ma stare nella vita e nelle preoccupazioni delle persone e delle aziende. Dovremo farlo ancora una volta e lo faremo.
Per prima cosa dovremo contribuire ad affrontare questa crisi. E lo faremo rifiutando logiche protezionistiche ma pretendendo una regolazione molto più stringente, a cominciare dalla finanza, e da ragionevoli misure difensive contro le speculazioni. Ci vuole più stato. Ma che Stato?
Dice Michele Salvati in un suo editoriale sul Corriere:- “Non vorrei che la crisi finanziaria in corso negli Stati Uniti e l’affannoso intervento pubblico che sta provocando in quel Paese alimentassero nel nostro un clima di «più Stato» altrettanto superficiale – ma gravido di conseguenze politiche – del clima di «più mercato» che dominava fino a un anno fa: condivido la preoccupazione espressa da Mario Monti nel suo editoriale di domenica scorsa. È vero, il Tesoro americano sta impiegando risorse immense per attenuare le conseguenze della crisi. Ma si tratta di una risposta d’emergenza: il problema all’origine delle difficoltà attuali non è di quelli che si risolvono buttandogli quattrini (pubblici) addosso. È un problema di insufficiente e cattiva regolazione dei mercati, dal quale consegue un rischio di instabilità finanziaria, una elevata probabilità di crollo dell’immane piramide di debiti e crediti che si è lasciata costruire negli ultimi anni su basi insicure. Un rischio di cui le autorità statunitensi erano consapevoli – una parte dei tanto vituperati economisti non si è mai stancata di richiamarlo – ma sul quale non sono intervenute in tempo. Un po’ perché, quando le cose andavano bene, ci guadagnavano tutti e occorreva grande forza politica per spegnere l’«esuberanza », anche se «irrazionale». Ma soprattutto perché quelli che ci guadagnavano di più (molto di più) disponevano di grande influenza presso le autorità preposte alla regolazione. Se gli interventi di emergenza risulteranno efficaci e poi, e soprattutto, in che tempi le autorità riusciranno a costruire un assetto regolatorio e di vigilanza capace di restituire ai mercati finanziari la fiducia di cui hanno bisogno, non è possibile prevedere. Ci riusciranno, certamente, ma dopo aver fatto pagare costi altissimi in termini di benessere agli Stati Uniti e al mondo intero. Vorrei solo sottolineare che parlare in modo generico di «più Stato» per quanto sta avvenendo in America confonde solo le idee. Essenzialmente si tratta di un fallimento della politica, una politica inquinata da legami troppo stretti con i grandi interessi privati, che non ha saputo imporre regole adeguate al sistema dei mercati finanziari. Regole che avrebbero consentito di avere insieme una finanza competitiva e innovatrice – nella misura necessaria allo sviluppo dell’economia reale – con condizioni di stabilità e fiducia. Che avrebbero evitato le inefficienze e le ingiustizie connesse all’impegno di risorse pubbliche cui il Tesoro degli Stati Uniti è stato ora costretto. Confondere le idee può essere pericoloso in un Paese come il nostro, che con le regole non ha mai avuto un rapporto facile, in cui i rapporti tra politica e affari sono sempre stati assai stretti, in cui lo stesso capitalismo privato, nei suoi piani alti, è largamente un capitalismo di relazione, non di mercato. Un Paese in cui il conflitto di interessi è ancor più endemico, direbbe Guido Rossi, che negli Stati Uniti. Un disegno di regolazione efficace è sicuramente un intervento pubblico, ma non è «più Stato» nello stesso senso in cui lo è pasticciare discrezionalmente con Alitalia. Anzi, è il suo esatto contrario: regole contro discrezionalità, distanza contro vicinanza con gli interessi privati, statualità contro politica. Di «più Stato» nel primo significato avremmo grande bisogno, soprattutto per tornare a crescere nel lungo periodo. In un Paese fermo, nel quale la politica deve dare l’impressione di fare qualcosa, e con effetti immediati, temo che sarà il secondo significato a prevalere.”
Questo è il punto. Lo Stato deve proteggere i risparmiatori ma non chi ha responsabilità e ha agito contro i risparmiatori. La Stato deve fare questo.
E poi lo Stato deve garantire le protezioni sociali, non abbandonare il suo impegno ma anzi rafforzare i servizi universalistici senza concedere spazio a invenzioni che concedano al mercato la risposta a bisogni fondamentali. Lo stato deve garantire politiche fiscali tali che “chi più ha, più paga, chi meno ha meno paga e che comunque si paga tutti e si riceve tutti”. Lo stato deve produrre politiche per l’innovazione e la qualità nella produzione e nei consumi. Lo stato deve garantire lo sviluppo e il radicamento nazionale (in attesa di quello europeo) di fondamentali reti strategiche materiali e immateriali. Lo Stato deve occuparsi di capitale umano, di infrastrutture, di ricerca e così via.
Il vero problema è che il problema c’era anche senza la grande crisi finanziaria. Il nostro paese va male economicamente e oramai da tempo ciò ha intaccato la sfera delle possibilità economiche di molti milioni di italiani, fino ad arrivare a colpire anche il ceto medio.
I dati ISTAT sono stati prodotti prima dell’esplodere della crisi:
- 14 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro al mese; il 15% delle famiglie fatica ad arrivare a fine mese,
- il 28% non può fare fronte ad una spesa imprevista,
- il 10% è in ritardo per il pagamento di bollette,
- il 4% non ha soldi per spese alimentari, il 10% per spese mediche, il 16% per l’abbigliamento.
Se guardiamo al Sud queste percentuali raddoppiano. - L’inflazione tendenziale va oltre la media europea dopo un anno in cui era stata più bassa. Ma non è il suo valore a preoccupare, bensì la sua provenienza, tutta dovuta a fattori esterni (petrolio, materie prime, alimentari, etc) alle retribuzioni e alla domanda interna e dunque, per sua natura, colpisce inesorabilmente i redditi medi e bassi
- I consumi si riducono, come mai negli ultimi anni, le attività economiche orientate al mercato interno vanno male, cresce la precarietà e riprende a crescere la disoccupazione e la cassa integrazione
- I dati sul PIL segnano l’andamento tendenziale peggiore d’Europa.
Di fronte a questa vera emergenza il Governo è muto. Non c’è politica economica, e quando c’è è sbagliata anche se un po’ di risorse ci sarebbero per affrontarla. Ha ragione Bersani a richiamare il rendiconto dell’esercizio finanziario 2007 a firma Tremonti. “Il 2007 si è chiuso con conti pubblici sensibilmente più favorevoli del previsto. È il risultato di una politica economica che ha perseguito l’obiettivo della crescita e del risanamento. Ai risultati ottenuti hanno concorso sia le entrate sia le spese e, per le entrate, il grosso contributo è venuto dai frutti della lotta all’evasione fiscale, mentre l’espansione della spesa primaria e stata rallentata”. Se lo dice lui…
Allora forse sarebbe bene seguire la rotta opposta di ICI e Alitalia e trovare i soldi per abbassare le tasse sugli stipendi.
Le proposte del PD sono:
- Avviare immediatamente una progressiva ed incisiva diminuzione della pressione fiscale sulle retribuzioni medio-basse con detrazioni fiscali, revisione delle aliquote, o restituzione del drenaggio fiscale, dandosi una prospettiva triennale fino all’obiettivo di una riduzione del prelievo di 100 euro mensili. Estensione della 14^ già varata dal Governo Prodi per 3 milioni di pensionati fino alle pensioni di importo di 1.000 euro. Le risorse che si intende destinare (peraltro, fin qui in modo del tutto confuso), alla così detta social card siano da dicembre trasformate in una misura strutturale per le pensioni più basse, che si aggiunga alla quattordicesima mensilità. Una quindicesima insomma.
- Un nuovo patto sulla fiscalità. Una proposta positiva, una Maastricht del fisco, con l’obiettivo di raggiungere entro un certo numero di anni la media europea della fedeltà fiscale. Ciò può avvenire in particolare attraverso meccanismi che consentano davvero emersione e tracciabilità, anche al prezzo purtroppo inevitabile di qualche adempimento che può gravare anche sui contribuenti onesti. In questo patto deve stare il riconoscimento che per i sistemi di PMI il combattimento con il fisco ha riguardato spesso la vita dell’impresa e non il portafoglio dell’imprenditore.
- Presidiare e rafforzare il potere di acquisto promuovendo e distribuendo guadagni di produttività, allestendo adeguati meccanismi di riparo dall’inflazione e garantendo un ordinato, puntuale ed efficace andamento della contrattazione. Noi valutiamo da un nostro autonomo punto di vista la discussione in corso fra le parti sociali. Noi riteniamo necessario che venga garantito il ruolo specifico ed essenziale della contrattazione nazionale, indispensabile per la coesione del sistema, e che si sviluppi realmente una contrattazione decentrata capace di stimolare e distribuire incrementi di produttività. Ribadiamo che la produttività non si misura con lo sforzo muscolare dei lavoratori o con il numero di ore lavorate ma con un adattamento creativo e flessibile del lavoro a processi di innovazione delle imprese. Questi processi devono rendersi visibili e esigibili a fronte di politiche industriali pubbliche di sostegno. Riteniamo altresì necessario che i contratti garantiscano un recupero dell’inflazione, naturalmente in forme tali da non avviare spirali inflazionistiche. Dentro a questi criteri, ribadiamo con nettezza il nostro interesse a che si realizzi un punto d’incontro all’interno del mondo del lavoro e fra il mondo del lavoro e l’insieme dell’organizzazione di impresa per un aggiornamento dei modelli contrattuali.
- Immediato intervento a favore del cittadino – consumatore, con il trasferimento di risorse dai settori protetti alle tasche dei cittadini. Andando nel merito: abolizione della Commissione di massimo scoperto, della trasferibilità e della surroga dei mutui; costi di gestione dei conti bancari, della RC auto, delle concessioni autostradali, della restituzione dell’Iva a fronte degli aumenti della benzina, delle nuove tariffe telefoniche, dei prezzi dei voli aerei, del prezzo dei farmaci, della riforma dei servizi professionali. La class action, cancellata 2 mesi fa e che deve essere ripristinata senza castrarla nei confronti dei più gravi fatti finanziari ai quali potrebbe aggiungersi qualche recente bad company. Quanto alla pubblica amministrazione, invece di occuparsi di spot pubblicitari, il Governo riprenda la nostra norma sull’auto certificazione rafforzata da strutture professionali assicurate, di una serie di autorizzazioni in campo economico, così da spostare la pubblica amministrazione verso la verifica e il controllo, così da muovere le professioni da luoghi improduttivi verso luoghi di efficienza, così da dare speditezza alle iniziative produttive. L’insieme di queste ed altre iniziative porterebbe subito diversi miliardi nelle tasche dei consumatori, favorirebbe concorrenza e occupazione, darebbe stimolo alle attività economiche. Naturalmente non si può mettere soldi in una tasca e toglierli dall’altra.
- Garantire che il contenimento della spesa decentrata non intacchi i servizi sociali fondamentali. Non si pensi che, se si vuol fare sul serio, il federalismo fiscale possa essere affidato ad un Governo sulla base di una vaghissima delega. Ci vogliono procedure rafforzate, ci vuole una commissione bicamerale che lavori sul serio.
- Attività economiche e industriali. Noi inquadriamo le nostre politiche industriali e le politiche per il Mezzogiorno dentro al quadro unitario del programma Industria 2015, un quadro che va rafforzato e rilanciato e che viene invece oggi indebolito e azzoppato. In quel quadro c’è un piano realistico di alleggerimento fiscale in continuità con le misure del governo Prodi, c’è il credito di imposta sulla ricerca da rendere strutturale, c’è il credito d’imposta automatico per gli investimenti, che è stato distrutto da questo Governo, che va ripristinato a fronte della chiusura di leggi come la 488, chiusura che va confermata. In quel quadro ci sono strumenti di garanzia per l’accesso al credito delle PMI che vanno immediatamente rafforzati in questa fase di acuta criticità. In quel quadro ci sono progetti interfacciati di innovazione tecnologica e sviluppo dei consumi nell’area dell’efficienza e del risparmio energetico, della mobilità sostenibile, del made in italy, dei beni culturali, della salute. Il quadro di Industria 2015 contiene altresì l’allestimento di progetti – paese per qualificare i consumi e per avviare cicli di investimento pubblici e privati. Ecco qualche specifica proposta. Rafforzare piani di efficienza energetica e di risparmio nell’edilizia, nei consumi durevoli, nella mobilità. Sono interventi che fanno PIL, che migliorano l’ambiente e che a questo prezzo dell’energia, si pagano da soli. Sostenere un ciclo di investimenti dell’energia. Non solo i gassificatori (il primo l’abbiamo fatto noi e l’ha inaugurato lui) ne solo al completamento del piano di produzione elettrica. Ma interventi assolutamente immediati. Ci sono ad esempio alcune centinaia di milioni spendibili per il decommissioning delle centrali nucleari. Questa sarebbe, fra l’altro la vera palestra per la nostra industria nazionale. Mentre si chiacchiera di nucleare non si fa nulla di quel che si dovrebbe fare, anzi si complicano e si rallentano le operazioni. Per inciso è da far notare che quegli stessi che non vogliono i francesi in una compagnia aerea sono pronti a legarsi mani e piedi ad una tecnologia strategica totalmente altrui, inabbordabile per le nostre imprese nazionali, e su una operazione di produzione nucleare che ci dovrebbe garantire (così si dice) il 25% della nostra produzione elettrica. In campi come l’allestimento della rete di telecomunicazione di nuova generazione, in campi come le bonifiche e le reindustrializzazioni di aree a vocazione produttiva, in campi come la casa è possibile saldare immediatamente e saggiamente con risorse pubbliche già disponibili un ciclo di investimenti privati. Pretendiamo inoltre una operazione verità sulle infrastrutture.
Si apre una stagione molto seria anche per la Toscana. Ancora non si conosce l’entità dell’impatto prodotto dalla crisi finanziaria. Ma è logico pensare che sarà pesante. Si sa però che già molte aziende che hanno possibilità di produrre, al momento di andare in banca a chiedere il prestito per allestire la produzione, si sentono dire che non può essere concesso più del 50% dell’importo dell’ordine. E avrà da peggiorare.
Occorre valutare attentamente la realizzabilità di alcune misure come: - Valutare la costituzione di un fondo per la partecipazione al capitale di imprese che hanno potenzialità di mercato ma che si trovano in difficoltà di capitale.
- Valutare la costituzione di un fondo che ci metta in grado di aumentare la percentuale di garanzia alle imprese (dal 50% al 70%?) pretendendo che gli istituti valutino il credito concesso in funzione di queste garanzie e non dei loro rating legati al loro capitale anzichè alla garanzia sul credito concesso. In questo contesto, comunque, le banche toscane potrebbero dare il loro contributo attraverso le fondazioni. Esse potrebbero temporaneamente rendere disponibile alle loro banche una parte del patrimonio che hanno per garantire a micro, piccole e medie imprese accesso al credito.
- Valutare la costituzione di un fondo che agisca come l’esperienza fatta sui Bond di Distretto, aperta a tutti gli istituti di credito e tendente a trasformare a medio termine la carenza di liquidità a breve delle imprese.
- Richiedere il congelamento delle condizioni di Basilea2 che appaiono anacronistiche in questa situazione
- Pensare uno strumento per il miglioramento delle condizioni creditizie dei cittadini che sia in grado di favorire accordi con le banche toscane per legare il tasso sui mutui almeno al tasso di riferimento della Bce, piuttosto che all’Euribor. Tra l’altro questa proposta di Bini-Smaghi ha ancor più ragione di esistere dopo che la Bce ha adottato un tasso illimitato al 3,75% nel rifinanziamento delle banche. Ciò significherebbe una riduzione di quasi un paio di punti percentuali del tasso variabile sui mutui, quindi un risparmio medio di 2000 euro all’anno.
E’ chiaro che su questo ed altro occorrono delle valutazioni precise, ancorchè rapide.
E’ altrettanto chiaro che dalla Conferenza Programmatica del Partito e dal Consiglio regionale sull’economia dovrà uscire una grande sfida di riposizionamento della Toscana che la metta in grado di decidere, unire, selezionare, accelerare e attuare una “modernizzazione pensata” della Toscana.