I SISTEMI DI WELFARE – PRIMA BOZZA DI DISCUSSIONE
Le finalità dei sistemi di Welfare in Europa sono cambiate e si sono evolute nel tempo.
Oggi non si esauriscono nell’ambito della protezione sociale. I più moderni sistemi di welfare non "assicurano" contro i rischi sociali e non si rivolgono caritativamente solo ai ceti più deboli. Sono caratterizzati dall’universalismo e dall’integrazione delle politiche. Nel modello sociale europeo la coesione sociale è largamente riconosciuta non solo come valore solidaristico, ma come requisito essenziale per un equilibrato e duraturo sviluppo economico, nonché per la qualità della vita delle comunità.
Il welfare in Italia, come in altri paesi dell’area mediterranea, si è consolidato sulla compresenza di uno schema previdenziale fortemente centrato sull’occupazione (storicamente maschile, a tempo pieno e indeterminato), in cui cioè l’accesso alle misure di protezione sociale dipende dalla posizione nel mercato di lavoro e, quindi, sul versamento dei contributi, e di uno schema universalistico limitato, però, solo al campo sanitario.
Tutti gli altri ambiti dell’intervento sociale seguono invece una logica assistenziale basata sulla residualità degli interventi pubblici e sull’accertamento del reale stato di bisogno degli individui.
Per capire di cosa stiamo parlando:
Danimarca In % sul PIL – 30,9
Germania In % sul PIL – 30,2
Italia In % sul PIL – 26,4
Regno Unito In % sul PIL – 26,7
Danimarca In % sul totale della spesa pubblica – 69,7
Germania In % sul totale della spesa pubblica – 68,8
Italia In % sul totale della spesa pubblica – 62,2
Regno Unito In % sul totale della spesa pubblica – 66,3
Danimarca Pro capite (a parità di potere d’acquisto, in €) – 8.115
Germania Pro capite (a parità di potere d’acquisto, in €) – 7.087
Italia Pro capite (a parità di potere d’acquisto, in €) – 6.024
Regno Unito Pro capite (a parità di potere d’acquisto, in €) – 6.812
Danimarca Per famiglie e minori (sul tot. Spesa sociale) – 13,2
Germania Per famiglie e minori (sul tot. Spesa sociale) – 10,5
Italia Per famiglie e minori (sul tot. Spesa sociale) – 4,1
Regno Unito Per famiglie e minori (sul tot. Spesa sociale) – 6,9
Danimarca Per pensioni (sul tot. Spesa sociale) – 37,2
Germania Per pensioni (sul tot. Spesa sociale) – 42,9
Italia Per pensioni (sul tot. Spesa sociale) – 61,8
Regno Unito Per pensioni (sul tot. Spesa sociale) – 44,9
Danimarca Per politiche del lavoro (sul PIL) – 4,49
Germania Per politiche del lavoro (sul PIL) – 3,46
Italia Per politiche del lavoro (sul PIL) – 1,35
RU Per politiche del lavoro (sul PIL) – 0,81
Danimarca Per le politiche attive del lavoro (sul Pil) – 1,83
Germania Per le politiche attive del lavoro (sul Pil) – 1,14
Italia Per le politiche attive del lavoro (sul Pil) – 0,59
Regno Unito Per le politiche attive del lavoro (sul Pil) – 0,52
Danimarca Per la protezione sociale (sul Pil) – 5,8
Germania Per la protezione sociale (sul Pil) – 3,1
Italia Per la protezione sociale (sul Pil) – 0,80
Regno Unito Per la protezione sociale (sul Pil) – 2,3
Danimarca Per la salute (sul Pil) – 6,6
Germania Per la salute (sul Pil) – 6,9
Italia Per la salute (sul Pil) – 6,5
Regno Unito Per la salute (sul Pil) – 6,7
Danimarca Per l’istruzione (sul Pil) – 6,3
Germania Per l’istruzione (sul Pil) – 3,4
Italia Per l’istruzione (sul Pil) – 4,5
Regno Unito Per l’istruzione (sul Pil) – 3,6
BREVE DESCRIZIONE DEL CONTESTO
Le tendenze socio-demografiche emerse già a partire dagli anni ottanta in Italia (invecchiamento della popolazione, precarizzazione del lavoro, immigrazione, solo per citarne alcune), sono arrivate ad un consolidamento che rende inefficaci semplici correttivi e ridicolo parlare ancora di sperimentazioni.
Mentre in Europa si stanno ripensando e attuando modelli di welfare che cercano di rispondere ai bisogni, l’Italia, che per il suo modello di welfare vive una delle situazioni più drammatiche, sembra incapace di modificare il proprio sistema di politiche sociali, di fare scelte o tentare strade nuove, non più atti di coraggio ma di responsabilità se non di ineludibile necessità.
E’ necessario prima di tutto che il Governo istituisca finalmente i Livelli Essenziali di assistenza previsti dalla L 328/200 e, nell’attualità del dibattito sul federalismo fiscale, si chiariscano funzioni e relative risorse dei diversi livelli istituzionali.
Occorre un assetto di welfare adeguato alle sfide della contemporaneità, e per questo sono necessari cambiamenti immediati. Per esempio, è tempo di limitare il ricorso a pluralità di fondi micro-settoriali di scarsa capienza o ad elargizioni una tantum, che danno l’impressione di voler affrontare tanti problemi senza risolverne nessuno. Così come appare indispensabile investire in sistemi informativi e di monitoraggio degli interventi.
Si tratta di riaffermare diritti esigibili, fondamento di un sistema nuovo, mentre si continua a dare risposte assistenziali a emergenze cogenti.
La necessità di ricostruzione del sistema del Welfare nasce, però, non solo da impreviste emergenze sociali, ma anche da domande socio-culturali nuove, volte alla conquista di nuovi margini di autodeterminazione degli individui: domande che spesso incontrano forti resistenze culturali e politiche.
Un welfare state che vorremmo attivo è, infatti, quello in cui il cittadino non deve solo essere protetto nei momenti di difficoltà, ma deve essere messo in grado di costruirsi la propria vita.
La sfida è allora garantire a tutte le persone una libertà sostanziale e in positivo, che permetta di valorizzare le proprie capacità, talenti e meriti.
In questo difficile contesto, aggravato dallo scarso interesse per i diritti sociali e dai tagli del governo di centro-destra (si parla del 30% di risorse in meno sul fondo sociale), Regioni e Enti Locali devono, nell’ambito delle loro competenze, utilizzare al meglio i propri strumenti e costruire politiche integrate il più possibile rispondenti ai bisogni e capaci di estendere i diritti di cittadinanza sociale per l’attuazione di quell’universalismo tanto sbandierato in Toscana.
Non possiamo quindi permetterci di abdicare alla sfida dell’integrazione delle politiche sociali e sanitarie, della progettazione di interventi complessivi in cui entrino in gioco diversi soggetti dei territori insieme alle diverse competenze presenti negli Enti Locali.
Ecco la Società della Salute e la sua strategica funzione fino ad oggi sottoutilizzata.
Consorzi e soggetti di secondo livello, deleghe di servizi, appalti, affidamenti talvolta anche diretti, non possono finire per deresponsabilizzare la politica e gli enti nel complesso dalle loro funzioni di programmazione, controllo e valutazione della qualità della gestione.
Alla base delle proposte del Partito Democratico deve esserci la consapevolezza che l’attuale sistema di welfare non sarà duraturo nel futuro se non avrà affrontato una forte trasformazione, a tutti i livelli.
Anche nella nostra realtà i dati ci dicono questo (vedi Profilo di Salute della Azienda USL 11 2007): il buon livello dei nostri servizi non appare del tutto adeguato, e lo sarà sempre meno in futuro, a rispondere ai bisogni che le trasformazioni demografiche, sociali ed economiche della nostra area pongono.
Negli ultimi dieci anni, com’è ormai noto e ampiamente documentato, si è ampliato il ventaglio dei bisogni vecchi e nuovi che hanno moltiplicato la richiesta degli interventi dello Stato Sociale.
Un elenco di questi rischia di essere incompleto, e crediamo che i partecipanti al Forum debbano esprimere le priorità su cui intendono lavorare.
E tuttavia vogliamo proporre alcune flash, inviti alla discussione anche provocatorie, su tematiche possibili.
Integrazione sociale e sanitario
Un obiettivo su cui da tanti anni si cerca di lavorare con strumenti diversi.
In questi anni, in Toscana in modo particolare, si è passati dal concetto di sanità intesa come cura della malattia al concetto di salute inteso come qualità della vita, come benessere. E allora i Comuni devono, come prevede la società della salute, entrare con forza nella progettazione degli interventi per la salute. Perché la sfida è governare un territorio in cui la gestione del benessere non è dato solo dalla cura, ma richiede una progettazione integrata che migliori la qualità della vita.
Società della Salute
"La salute, intesa come benessere fisico, pscichico e sociale si realizza con azioni che agiscono sui determinanti non sanitari e pertanto non può prescindere da una visione complessiva dell’insieme degli interventi da mettere in atto.
Il Piano Sanitario Regionale 2002/2004, primo documento che fa riferimento all’istituzione della Società della Salute, si è posto tre grandi obiettivi:
- il miglioramento dello stato di salute e di benessere dei cittadini
- la sodisfazione e la partecipazione del cittadino
- l’efficienza e la sostenibilità del sistema
In questo quadro viene affermata l’integrazione del sistema sanitario con gli altri settori del governo del territorio. In particolare viene attribuita molta più responsabilità ai Comuni che diventano protagonisti della tutela della salute e del benessere sociale.
La scelta della Società della Salute è imperniata in questo ragionamento ed è caratterizzata da quattro obiettivi qualificanti: - coinvolgimento delle comunità locali e del terzo settore nell’individuazione dei bisogni di salute
- garanzia di qualità e di appropriatezza
- controllo e certezza dei costi
- universalità ed equità.
La Società della Salute rende concreto un concetto nuovo: il passaggio dalla sanità alla salute.
Per far questo è fondamentale la lettura dei bisogni dei cittadini e la loro partecipazione.
Il coinvolgimento dei vari soggetti rappresentativi della società avviene: - con la concertazione con le organizzazioni sindacali territoriali
- con la Consulta del Terzo Settore
- con il Comitato di Partecipazione
- con la presenza dei medici e pediatri di famiglia"
Se questa è la descrizione di cosa dovrebbe essere la Società della salute a noi sembra che molto sia rimasto sulla carta, in particolare si nota uno squilibrio nella programmazione e nelle scelte a favore dell’azienda usl e quindi degli aspetti più di cura e di "rimedio". Senza star qui ad indagare le cause, crediamo che i Comuni debbano prendersi quel protagonismo che la Regione gli riconosce nella tutela della salute e del benessere sociale.
Così come crediamo che vada potenziato il ruolo dei MMG nella programmazione del governo della salute nel territorio e nella analisi dei bisogni
Anziani non autosufficienti.
Vanno potenziate le azioni a sostegno del lavoro di cura delle famiglie, non solo con i contributi per le assistenti familiari, ma anche in generale con contributi per chi si occupa del lavoro di cura (ovviamente con gli stessi requisiti di accesso), è opportuno incrementare l’assistenza domiciliare integrata, assolutamente insufficiente, diffondere la cultura del ricovero di sollievo e la disponibilità dei centri diurni, sostenere con informazioni e consulenze adeguate le famiglie, soprattutto nel caso delle demenze.
Ma non basta. L’aspettativa di vita alla nascita a Empoli è di 82,64 anni (80,3 per gli uomini, 84,8 per le donne). A 65 anni quindi, la soglia di quella che una volta veniva considerata terza età, la popolazione empolese ha un’aspettativa di vita di 20,56 anni (18,63 per gli uomini e 22,18 per le donne). Oltre i 75 anni la probabilità di diventare non autosufficiente aumenta in modo esponenziale. Molti di questi anziani, inoltre, e ancora meno gli "anziani a venire", non troveranno la cura necessaria all’interno dell’ambito familiare. Si pensa di poter reggere con l’attuale sistema? Dobbiamo ripensare la città per una popolazione che invecchia e che invecchia in solitudine. Dobbiamo progettare e costruire senza barriere, con bagni adatti, con elementi di domotica che facilitino la quotidianità (un anziano che vive da solo in una casa con scale, con un semplice infortunio diventa da parzialmente autosufficiente a non autosufficiente, con i costi sociali e umani che questo comporta). Dobbiamo estendere servizi di cure primarie sul territorio, creare servizi di prossimità, iniziare a pensare ad alloggi protetti. Dobbiamo essere capaci di usare gli strumenti informatici a disposizione per sapere quanti anziani ci sono, dove vivono, con chi, per programmare interventi mirati, strutturali. Un investimento oggi (ma in molti esempi si tratta solo di spendere in modo diverso) vuol dire non solo risparmio domani, ma anche miglioramento del livello dei servizi, e soprattutto della qualità della vita.
Disabili
Alla sperimentazione della Regione Toscana per il progetto "Vita indipendente" non ha partecipato nessun cittadino dell’ ASL 11. Forse sono mancate le informazioni ai possibili partecipanti. La realtà è che il nostro territorio si è concentrato su un livello buono di strutture lasciando in buona parte all’assistenza indiretta il compito di "aiutare" gli altri. Crediamo che la sfida di un nuovo assetto di welfare debba partire dal riconoscere le peculiarità delle persone, le differenze e le diverse esigenze anche nel composito mondo della disabilità. Per cui nessun conflitto né gerarchia tra "dopo di noi", strutture, centri, assistenza alle famiglie, ma anche i progetti per la vita indipendente devono avere piena cittadinanza, nel rispetto del diritto all’autodeterminazione di ognuno.
Terzo settore, volontariato, cooperazione sociale
Uno dei passaggi più significativi della legge quadro 328/2000 era l’accento posto sulla sussidiarietà.
Pur riconoscendo il lavoro prezioso e indispensabile svolto dal volontariato e dalla cooperazione sociale nel garantire servizi di qualità, ci pare che il potenziale di questo strumento non si sia mai espresso fino in fondo. Le istituzioni forse vi hanno visto servizi "supplenti" a minor costo, negandosi spesso a una progettazione integrata e a tavoli reali di progettazione che rispondessero ai bisogni del territorio. D’altro canto, forse per la carenza di risorse, al terzo settore, preoccupato della propria sopravvivenza, spesso è mancato quel ruolo di stimolo nei confronti delle politiche delle Amministrazioni pubbliche, quella capacità di anticipare problematiche e lettura dei bisogni, ed è andato avanti inserendosi in linee di finanziamento già stabilite, difendendo l’esistente. Non si tratta di dare colpe. Ma compito della politica è anche definire ruoli, per stimolare sinergie necessarie.
Diritto di accesso e diritti di cittadinanza sociale
…dal Piano Sanitario Regionale 2008-2010
"PROMOZIONE DELLA SALUTE DEI MIGRANTI E MEDIAZIONE
Nell’attuale scenario sociale, ricco di elementi e attori che complessificano sia la definizione della salute quanto il suo raggiungimento, un’efficace programmazione di interventi di promozione della salute richiede una lettura approfondita del contesto, dei bisogni e delle caratteristiche sociali e culturali dei gruppi target. A questo proposito, si deve registrare il fenomeno della strutturalizzazione dei flussi migratori come uno degli elementi caratterizzanti l’attuale scenario con ricadute rilevanti: tra queste il dato che nelle statistiche Onu del 2005 ha portato l’Italia a figurare per la prima volta tra le prime 20 nazioni al mondo con il più alto numero di immigrati, con una trasformazione profonda del suo profilo sociale e demografico. Ciò comporta l’aumento della presenza degli stranieri, non solo sul territorio, ma anche nei servizi sociosanitari, e la conseguente necessità di far fronte a questo cambiamento in un’ottica di prevenzione e promozione della salute. Nel rapporto Assr del dicembre 2006 viene rilevata la crescita, nel triennio2001-2004 di ricoveri di stranieri negli ospedali di tutto il SSN per oltre 415mila stranieri, di cui 395 mila regolari: il 46% in più rispetto al 2001 per una spesa di 659,543 milioni di euro. Il 20% degli stranieri regolari ricoverati afferivano al Lazio e in Toscana Questo dato, collegato ad alcuni studi multicentrici prodotti in Italia (Zincone 2002; Morrone et Al. 2003), secondo cui le persone migranti non mettono in atto comportamenti preventivi, ma si rivolgono al medico o ai servizi solo quando la malattia è in atto, ricorda che più che mai come rispetto alle persone straniere sia necessario progettare modalità attive all’interno dei servizi, dotate di specificità ed efficacia.
Guardando alla Toscana, l’aumento dell’incidenza dei migranti sulla popolazione autoctona raggiunge alcune punte ben oltre la media italiana e delle altre regioni, caratterizzandosi, tra l’altro per una sempre più consistente percentuale di donne (già oltre il 50% secondo il Rapporto Caritas/Migrantes 2006), in particolare all’interno di alcuni gruppi. La presenza strutturale dei migranti e la significatività del profilo femminile in Toscana richiama pertanto l’attenzione verso i bisogni di salute di questi soggetti. La necessità di progettare la promozione della salute dei diversi attori alla luce di una ‘concezione integrale della salute obbliga, inoltre, a non fare riferimento esclusivamente ai dati numerici, ma soprattutto alle criticità ancora ad esso correlate, quali la carenza di informazioni sull’offerta dei servizi e le risorse di salute, oppure le conoscenze parziali o non corrette di queste, anche in relazione al diritto alla salute di cui donne e uomini stranieri sono detentori nonché alle norme che lo tutelano.
Nel 2005 è stato istituito in Toscana presso l’Azienda USL 4 di Prato con delibera della Giunta regionale L’Albero della salute, Struttura regionale di riferimento per la mediazione culturale in sanità, con la finalità di porre al servizio dell’intero territorio toscano la sua funzione di analisi, modellizzazione, elaborazione di percorsi e pratiche finalizzate a favorire la promozione della salute dei migranti, affiancando le aziende sociosanitarie e ospedaliere nella sperimentazione e attuazione di quel modello di mediazione culturale, definito ‘di sistema’. Tale modello prevede l’inclusione degli obiettivi sopra citati all’interno di un programma di comunicazione complessivo dei servizi locali che declina il rapporto significativo alla differenza culturale come funzione centrale dei servizi stessi, accanto e a supporto della presenza dei mediatori linguistico culturali. Nel corso dell’intervento Mum Health (DRG 259/06) – realizzato in rete con le aziende sociosanitarie toscane e con la collaborazione di gruppi e associazioni migranti – e ispirato a tale modello, le priorità emerse nella promozione della salute dei migranti risultano quindi essere:
• il monitoraggio e la vigilanza anche sul piano della rilevazione di dati, in collaborazione con il Sistema informativo regionale relativamente ai bisogni di salute dei migranti, con particolare attenzione a quelli delle donne, dei bambini e dei gruppi particolarmente a rischio di esclusione dall’accesso ai servizi e di "fragilizzazione" sociale;
• lo sviluppo di una strategia comunicativa complessiva in rete tra le aziende, attraverso l’elaborazione dei materiali informativi in lingua, elaborati secondo protocolli condivisi e verificati con gli stranieri, finalizzati anche allo sviluppo di comportamenti preventivi;
• il monitoraggio e la diffusione di informazioni uniformi e conformi alla normative relativa alle persone migranti sul diritto alla salute nei servizi sociosanitari; - la razionalizzazione delle risorse di mediazione culturale nell’ottica dell’utilizzazione di tutti gli strumenti atti a favorire la comunicazione linguistica- culturale e a valorizzare la presenza e il ruolo dei mediatori possibilmente all’interno di progettualità comuni e condivise tra aziende per prossimità territoriale o bisogni;
• l’inserimento dell’obiettivo della formazione degli operatori sociosanitari alla transculturalità in un ruolo di preminenza all’interno dei piani formativi aziendali;
• l’utilizzo di metodi partecipativi che favoriscano l’inclusione dei migranti all’interno delle progettualità relative i bisogni di salute propri e condivisi con il territorio."
Queste sono solo alcuni possibili argomenti, in parte provocazioni. Vorremmo che fosse il Forum ad esprimersi liberamente sugli specifici da trattare e approfondire, disponibili a preparare documenti e materiale per diffondere conoscenze e facilitare la discussione.
Una ulteriore proposta possibile, pensando alla vastità di tematiche che il termine welfare mette in gioco (dai servizi per l’infanzia, alle dipendenze, alla salute della donna, alle violenze sulla donna, alla conciliazione lavoro famiglia…), potrebbe essere costituire all’interno del Forum specifici gruppi di lavoro.
Ma crediamo che su tutto questo sia il forum che deve esprimersi.
Infine, vogliamo riportare gli elementi qualificanti del nuovo piano sanitario regionale, perché crediamo possa aiutarci ad impostare correttamente un percorso che vuol contribuire a discutere di un nuovo modello del welfare locale
Piano sanitario regionale 2008-2010
Il 16 luglio 2008 il Consiglio regionale ha approvato il nuovo Piano sanitario per il triennio 2008-2010.
Pur in continuità con i precedenti atti di programmazione sanitaria, il documento introduce elementi innovativi e qualificanti per il Sistema sanitario toscano.
I valori - uguaglianza equità di accesso e utilizzo dei servizi
- umanizzazione la relazione è componente dell’atto di cura
- diritto alla salute del singolo che è dovere per la collettività
I principi - appropriatezza dare a ciascuno secondo il bisogno, senza sprechi nè carenze
- qualità delle prestazioni – accoglienza, formazione del personale, cultura della sicurezza, sviluppo della ricerca
- produttività alti livelli di appropriatezza e qualità, abbattimento di sprechi e inefficienze
- iniziativa orientare chi meno sa e meno può per cogliere bisogni di salute inespressi
Gli obiettivi generali - superare le visioni settoriali per rispondere a bisogni complessi
- rispondere alle nuove sfide per la salute che arrivano da clima e inquinamento
- migliorare la sostenibilità e la qualità del sistema sanitario
- favorire la partecipazione dei cittadini e il coinvolgimento dei professionisti
- recepire il contributo del volontariato e del terzo settore
- integrarsi con il contributo e l’esperienza del mondo scientifico
- rinnovare e qualificare le strutture e le tecnologie per la salute
A cura di Beatrice Cioni
SICUREZZA E VIVIBILITA’
BOZZA DI DOCUMENTO BASE PER LA PROMOZIONE DI UN FORUM SULLA SICUREZZA E LA VIVIBILITA’ DEGLI SPAZI PUBBLICI A EMPOLI
Inquadrare il problema.
Degrado di alcune aree cittadine, fenomeni di delinquenza "predatoria", malfunzionamento del sistema giudiziario, enfasi politica e giornalistica sul tema della sicurezza, sono alcuni "ingredienti" che, insieme ad una forte crisi sociale e a fenomeni migratori verso il nostro paese mai conosciuti prima, compongono il crescente sentimento di insicurezza dei cittadini.
Il breve sommario appena richiamato dovrebbe essere sufficiente a capire che si tratta di un problema assai serio e molto complesso che richiederebbe risposte all’altezza e non montagne di chiacchiere.
L’intollerabile esaltazione delle paure.
Invece ci troviamo di fronte ad una quotidiana "pornografia dell’insicurezza": ogni fatto è esagerato, ogni crudeltà esaltata, di ogni vittima si ostenta la disperazione. Per contro, ogni giorno ad ogni livello, proliferano dichiarazioni politiche che producono e inseguono le paure e annunciano provvedimenti sempre più straordinari. Una tale quantità di annunci da essere quasi sempre inapplicati o applicati per un giorno. Senza un adeguata verifica dell’efficacia o l’utilità.
La conseguenza è che, a livello politico, chi si occupa di sicurezza o dice di farlo, rischia di contribuire ad aumentare l’insicurezza.
Occorre prendere atto che un’insicurezza esiste, diffusa in ampie parti della popolazione, e bisogna dare risposte serie, concrete, il prima possibile: l’esatto contrario di raffiche di annunci e "giornalate" inconcludenti.
Crediamo sia onesto riconoscere che in questi anni ci hanno provato in molti, a tutti i livelli, ma una svolta vera non è ancora arrivata, anche i più seri e impegnati a livello delle amministrazioni locali hanno finito per essere schiacciati dalla rincorsa delle continue emergenze o dall’estemporaneità dei provvedimenti ad impatto immediato ma non risolutivi.
I limiti della sinistra e del centrosinistra .
A scanso di equivoci è bene riconoscere che tra le cause di questi limiti vi sono anche fortissime responsabilità in capo alle forze del centro sinistra e della sinistra, spesso affette da due patologie opposte ed entrambe dannose: quella della "negazione" (il problema è sempre un altro) e quella dello "scimmiottamento" della destra (una sorta di "più uno" a chi l’annuncia più "grossa").
Una nuova strategia.
Quella che fino ad ora è mancata è una strategia capace di tenere insieme tre concetti chiave: serietà, coerenza, organizzazione.
Per serietà si intende la capacità di ascoltare e riconoscere i problemi, affrontandoli nelle loro cause, nelle loro dimensioni e nei loro effetti.
Per coerenza si intende fare ciò che si dice verificandone i risultati, rendendone conto pubblicamente e, al contempo, tenendo comportamenti individuali e politici coerenti con quelli che si pretendono dagli altri.
Per organizzazione si intende la capacità di rendere effettivi ed efficaci i provvedimenti annunciati avendo un quadro delle risorse, di ogni tipo, necessarie.
Relativamente a serietà e coerenza è fin troppo facile in questi giorni riferirsi al decreto sicurezza del governo che prevede il rinvio di un anno dei processi per violenza sessuale, associazione per delinquere, sfruttamento della prostituzione, ricettazione e vendita di prodotti contraffatti, falsificazione di documenti (per rimanere ad alcuni reati correlati all’insicurezza quotidiana) per non parlare del sequestro di persona, della corruzione o della bancarotta fraudolenta.
Tuttavia non pensiamo sia di alcuna utilità alzare polveroni che, lo ripetiamo, hanno il solo effetto di aumentare il senso di insicurezza e la percezione dell’impotenza e dell’inconcludenza delle istituzioni.
Due esempi su cui misurare il cambio di strategia.
Vorremmo provare, in modo del tutto arbitrario, a prendere due esempi e leggerli sulla base di questa nuova strategia:
- Reato di immigrazione clandestina. E’ noto a tutti che l’aumento dei crimini commessi in Italia è significativamente legato all’immigrazione clandestina, altrettanto noto che queste percentuali diminuiscono fino ad essere del tutto simili (se non migliori) a quelle degli italiani, per i regolari che hanno una famiglia. Quello che non tutti sanno e che molti dimenticano è che la maggioranza dei clandestini lavora nelle nostre campagne, nei nostri cantieri e, persino, nelle nostre case per "badare" bambini, anziani e malati. Tutti "complici" di reati commessi da italiani che usano lavoro nero, evadono tasse e contributi previdenziali e non rispettano norme sugli infortuni (solo per citare le cose meno "gravi"). Introdurre il reato di clandestinità occuperà migliaia di uomini delle forze dell’ordine e i tribunali nella repressione di questo reato senza alcuna relazione con l’effettiva pericolosità dei soggetti clandestini: badanti, prostitute, sfruttati e sfruttatori, muratori in nero, spacciatori, assassini e terroristi saranno accomunati dalla mancanza di un documento o di un titolo per stare nel nostro paese. Impossibile pensare che questo possa produrre, al di là dei roboanti annunci, concreti effetti sulla sicurezza delle nostre comunità, mentre non è difficile prevedere che questo provvedimento spingerà più ai margini persone che avrebbero potuto facilmente integrarsi abbandonando ogni profilo di illegalità. In questo caso serietà avrebbe voluto che si distinguesse chi commette reati da chi è "in cerca di fortuna", si punisse e si allontanassero i primi e si favorisse l’integrazione dei secondi attraverso l’emersione del lavoro (con tutte le conseguenze anche in termini fiscali e contributivi che questo comporta). Serietà significa anche avere la consapevolezza che esiste una zona grigia di persone che vivono di piccoli espedienti e che non sono completamente in nessuna delle tipologie precedenti. In questa zona grigia, che comunque rimarrà e anzi si amplierà con l’entrata in vigore del reato di immigrazione clandestina, si gioca una battaglia decisiva per il nostro futuro. In questo caso la domanda giusta da porsi è: chi dedicherà attenzione a tutte queste persone? Le istituzioni con le loro articolate politiche pubbliche o le organizzazioni criminali?
- Le ronde. Con questo termine si tende ad identificare una voglia di riscatto e di attivismo dei cittadini che, animati alternativamente dalla voglia di aiutare le forze dell’ordine o di superare il loro immobilismo, scendono in strada per difendersi da fenomeni che affliggono le loro aree. Anche in questo campo si sente e si vede di tutto: dalle camice verdi ai pensionati passando per varie tipologie di "angeli". A cosa servano effettivamente è meno chiaro: che risultati producono? Hanno risolto qualcuno dei problemi in modo stabile? O si è trattato piuttosto di una forma di manifestazione e protesta diversa dai canoni tradizionali? Abbiamo in mente che l’istituzione dei "nonni vigili" ha contribuito e contribuisce alla rassicurazione di milioni di famiglie e bambini e ragazzi delle scuole elementari e medie ma non disponiamo di dati che attestino l’utilità di queste ronde "fai da te". Al contempo è noto che la maggior parte dei reati commessi contro donne e minori si consumano tra mura domestiche e in ambienti "amici": possibile che non ci sia mai un vicino di casa, un collega di lavoro, un compagno di scuola che noti qualcosa di strano? Per produrre sicurezza sarebbe molto importante un coinvolgimento dei cittadini, il più ampio è diffuso possibile, per comporre comunità dove non regni quell’indifferenza che provoca a volte comportamenti schizofrenici con cittadini in strada volenterosi di "far pulito" di trans o spacciatori che poi se ne infischiano di quello che accade a donne o bambini della porta accanto. Atteggiamento, questo, che istiga le persone più "intraprendenti" a munirsi di un’arma e sentirsi legittimate ad usarla per difendere la loro proprietà,a scapito della legittima difesa e a favore della extrema ratio per fronteggiare il fenomeno delinquenza. Se pensiamo a provvedimenti e iniziative che coinvolgano direttamente i cittadini, quelli di gran lunga più efficaci e che producono maggiori effetti sulla base delle concrete esperienze maturate in Italia e all’estero sono quelli che portano al recupero di aree pubbliche degradate e alla loro rivitalizzazione con la presenza di attività ricreative permanenti.
Destra e sinistra uguali non sono!
Infine una considerazione più politica. Si sente spesso ripetere che la sicurezza non è né di destra né di sinistra. Cosa significa questa affermazione? Se si vuole dire che occuparsi della sicurezza non è una prerogativa solo di una parte o che promuovere politiche pubbliche per la sicurezza è un dovere di chi governa, chiunque sia, siamo d’accordo. Ma visto che occuparsi di sicurezza significa occuparsi di cose che hanno a che fare con la sostanza stessa della democrazia non si può prescindere da un sistema di valori e da una cultura politica e istituzionale. Destra e sinistra, in tutte le loro possibili "tonalità", è naturale che abbiano politiche per la sicurezza in parte comuni e in parte differenti, anche profondamente differenti. Esistono quindi politiche per la sicurezza che la sinistra può mettere in atto che non solo sono in parte diverse da quelle del campo opposto, ma che possono essere anche più efficaci e durature nei risultati che producono. La sfida del Partito Democratico non è quella di avere politiche per la sicurezza che assomiglino a quelle del governo ma di averne di proprie, più efficaci e coerenti con il sistema di valori e la propria storia culturale e politica, impostate in una strategia fondata su serietà, coerenza e organizzazione.
Alcune proposte concrete a livello locale.
Premessa.
Recenti vicende accadute nel territorio del circondario e un più generale contesto nazionale richiamano l’esigenza di una pronta capacità di proposta e reazione da parte del maggiore partito di governo.
A partire da questo assunto si sono sviluppate alcune prime riflessioni che si possono così sinteticamente richiamare:
- mettere in campo una proposta di pronto effetto, anche comunicativo, che renda evidente la presa in carico del problema da parte delle istituzioni locali e delle forze politiche di maggioranza;
- avviare un percorso politico programmatico che porti a sviluppare serie politiche integrate per la sicurezza urbana anche sul nostro territorio.
Due questioni preliminari.
- Le proposte che seguono si fondano sul principio che le risposte a problemi complessi come quello della sicurezza richiedono risposte che tengano insieme complessità, efficacia e praticabilità dei provvedimenti, integrazione delle diverse competenze e funzioni. Tutto ciò deve però avvenire a partire dal concetto chiave che ognuno deve "fare il suo" senza produrre confusione di ruoli e sovrapposizione di competenze.
- La sicurezza è un problema serio che afferisce ai più generali concetti di libertà e qualità della vita e, proprio per questo, bisogna rifuggire sia dalle semplificazioni securitarie che dalle ideologiche negazioni del problema. Sul tema della sicurezza, in sintesi, si misura il profilo di una forza di governo e, più in generale, la qualità di un sistema democratico.
Una risposta immediata.
Cornice
Realtà come quella in esame, per le loro caratteristiche storiche e sociali, rischiano repentini cambi di atteggiamento da parte dell’opinione pubblica. In poche settimane si può passare dal percepire luoghi del "buon vivere" (prima aggettivati come "tranquilli, immersi nel verde a pochi chilometri dai servizi"; tutti a valenza positiva) a luoghi della paura (gli aggettivi positivi prima citati si trasformano in "isolato, non controllato, lontano dai possibili soccorsi"; tutti a valenza negativa). La paura (vera, presunta o percepita che sia) può trasformare il paradiso in inferno, o, più semplicemente, trasformare la tranquillità in ansia. Piccoli o grandi episodi, anche singoli o sporadici, hanno mutato la percezione di sicurezza, 10 o 15 anni fa al nord fino a lambire parte consistente dell’Emilia- Romagna; negli ultimi anni alcune città della Toscana e più recentemente anche i comuni del circondario con "picchi", per differenti ragioni, a Fucecchio, Empoli e Castel Fiorentino. Domani un qualunque episodio potrebbe far crescere il problema anche nelle zone oggi considerate più "immuni". Per non parlare del rischio di episodi come quello dell’aggressione ad un convoglio di nomadi a Stabbia.
Proposta: aumentare il controllo del territorio. - Chiedere potenziamento presenza forze dell’ordine. (Compito dello Stato)
- Migliorare organizzazione servizi polizie municipali e provinciale (su questo punto specifico si può ancora fare molto, oltre a quanto già fatto e sperimentato, soprattutto nell’ottica dell’intero circondario). (Compito dei comuni, della Provincia e uso finanziamenti regionali. Raccordo con lo Stato per il coordinamento delle iniziative).
Novità
3)La notte utilizzare al meglio tutte le forze di sicurezza anche facendosi aiutare dai corpi di vigilanza privata.
Motivazione
Il clima di allarmismo degli ultimi mesi ha suscitato nelle persone l’esigenza di essere rassicurate. La rassicurazione si concretizza anche attraverso la presenza delle forze di polizia che quotidianamente sono presenti nelle strade cittadine. Vista la carenza di organico delle forze dell’ordine (basti pensare che durante il servizio notturno il territorio dell’empolese-valdelsa è pattugliato da una sola gazzella dei carabinieri e, non sempre, da una volante della polizia di stato, mentre la polizia municipale non effettua servizi notturni salvo progetti mirati o esigenze particolari) potrebbe essere utilizzata, in supporto numerico, la vigilanza privata. Questa, benché non sia inquadrabile come forza di polizia (in quanto non è il personale non ha qualifiche di pubblica sicurezza e polizia giudiziaria per la repressione dei reati in genere) è legittimata ad intervenire solo a protezione del bene affidatogli (es. banca, abitazione o pubblico esercizio), potrebbe essere utilizzata come deterrente ai malintenzionati e come collegamento diretto con le centrali delle forze dell’ordine per segnalare problemi e richiederne l’intervento. A livello di percezione, inoltre, è chiaro che chiunque si trovi in una strada isolata o scarsamente illuminata si senta più tranquillo se sa che anche nelle ore notturne qualcuno passa davanti a casa ed è in grado di segnalare possibili rischi .
Tutte le notti sono in movimento nei comuni del circondario numerose auto di servizi di vigilanza privati (fino a trent’anni fa anche questo servizio, come la scorta valori, era a cura di Polizia e Carabinieri).
Si tratta di un numero di veicoli e uomini significativamente maggiore e più radicato su tutto il territorio di qualunque servizio di Polizia (anche se aggiungessimo una pattuglia o due in più, obbiettivo che va comunque raggiunto) che svolge una funzione preventiva per imprese, aziende, esercizi commerciali ecc.
Opportunamente potenziate, anche con un intervento pubblico, munite di forme di collegamento e comunicazione diretta e poste sotto la regia delle autorità di Pubblica Sicurezza e dei sindaci (per le rispettive competenze), queste stesse persone possono potenziare significativamente il controllo preventivo anche verso le abitazioni di privati cittadini su vaste aree del territorio, anche isolate.
Novità
4)Promuovere l’auto controllo di comunità. I vicini si tengono d’occhio per ridurre la vulnerabilità.
Motivazione
Questo modello di prevenzione primaria è molto diffuso in Inghilterra e nel nord Europa e risponde ad un elementare principio di comunità: gli abitanti di una via, di un borgo o di una frazione "si tengono d’occhio". La cosa è solo apparentemente banale perché, fatta eccezione per luoghi fortemente isolati, molti furti e violenze potrebbero essere prevenuti non con un militare davanti alla porta di casa ma con una semplice telefonata del tuo vicino.
Possibili evoluzioni
Intraprendere la strada di questo tipo di "prevenzione di comunità" apre alla possibilità di importanti evoluzioni future ben più serie e strutturate di carnevalate come le ronde. Con la partecipazione attiva dei cittadini, dell’associazionismo e anche dei privati si possono mettere in campo iniziative ben più efficaci e permanenti che, anziché rispondere a un primitivo desiderio di farsi giustizia da se, mettano effettivamente in sicurezza vie, scuole, centri di aggregazione e luoghi pubblici con particolari criticità. (Avviare questo lavoro richiede tempi più lunghi e una significativa progettualità che potrebbe anche trovare spazi per finanziamenti regionali sia in capo alla sicurezza che con la nuova legge per la partecipazione dei cittadini).
Coinvolgere i cittadini per individuare e valutare i problemi.
Aumentare i mezzi di partecipazione inclusiva e motivare i cittadini attraverso l’istituto della democrazia di prossimità. Tale mezzo è ampiamente utilizzato nei paesi anglosassoni (Inghilterra ed Australia) come mezzo di consultazione popolare. Nel nostro caso specifico può essere impiegato per far sentire il cittadino soggetto attivo nella propria ed altrui sicurezza. L’amministrazione comunale potrebbe indire delle assemblee di quartiere o frazione per sondare le problematiche di sicurezza percepite e utilizzare moderne e consolidate metodologie partecipative per facilitarne l’efficacia.
Già a partire da questo forum promosso dal Partito Democratico di Empoli si potrebbe provare a coinvolgere i cittadini non solo per dire genericamente la propria o "sfogarsi" ma per individuare insieme alcuni problemi, valutarne l’effettiva gravità o pericolosità (molte volte si confondono problemi di decoro con problemi di sicurezza. Senza sottovalutare nulla le risposte da dare sono profondamente diverse) e decidere cosa è giusto e possibile fare per risolverli. Il forum del PD potrebbe muoversi in alcune parti della città per valutare in modo approfondito e con i cittadini i diversi problemi e i diversi punti di vista.
Conclusione.
Quanto detto nelle brevi considerazioni e proposte sopraesposte apre la porta ad un lavoro di più lungo periodo che potrebbe incominciare con l’avvio di alcune iniziative subito (politiche e istituzionali), proseguire tra la gente nella formazione del programma elettorale per le prossime amministrative e tradursi in un azione di governo più complessiva nella prossima stagione amministrativa.
Obiettivo dovrebbe essere quello, al contempo, di valorizzare e mettere ancor più a sistema politiche già da tempo avviate soprattutto sul fronte sociale, introducendo elementi di novità che evidenzino una capacità di farsi carico del problema sicurezza dei cittadini. Non basta infatti dire che abbiamo fatto e stiamo facendo molto, occorre aggiungere elementi di novità che aumentino la funzione pubblica degli enti locali nella rassicurazione dei propri cittadini. Già esiste la possibilità di inviare un reclamo di vario tipo al Comune, e quest’ultimo risponde entro un mese. Dovrebbe essere ampliato questo mezzo di interazione tra comunità e amministrazione anche attraverso l’istituzione di un numero dedicato presso la Polizia Municipale per segnalazioni inerenti la sicurezza (presunta o reale). Non sarebbe un numero di emergenza (per la quale rimarranno sempre il 112, 113, 118) ma solo un canale preferenziale (che dovrebbe essere molto pubblicizzato) a cui far giungere segnalazioni. Sul tema della sicurezza, se non si vuole rimanere subalterni alla destra occorre riconoscere e saper ascoltare le paure dei cittadini perché, se si è capaci di farlo e se ci si dimostra seri e credibili, è possibile a nostra volta essere ascoltati. Senza questa elementare consapevolezza, su questo tema, il rischio è di rincorrere sempre senza alcuna possibilità di arrivare mai primi, rimanendo isolati, politicamente e socialmente e prestandosi a significative erosioni elettorali.
Infine, occorre lavorare a politiche integrate per la sicurezza dei cittadini, non si può e non si deve affrontare ogni cosa come un emergenza a se stante: oggi gli immigrati, domani i furti nelle ville, dopodomani i punk a bestia ecc. Un partito e, tanto meno, un amministrazione comunale, non sono un quotidiano che deve cambiare titolo ogni giorno ma governare i problemi per risolverli o renderli almeno compatibili con la vita quotidiana della collettività.
La sicurezza è un diritto ma non facciamoci prendere la mano!
L’obiettivo principale è la qualità della vita che certo l’insicurezza può minare ma guai ad invertite i fattori. L’ambizione è quella di vivere in città e luoghi dove si vive bene tra le mura delle proprie case e negli spazi pubblici, con il pieno gusto di condividere spazi di socialità per tutte le generazioni. Anche quando questa socialità può produrre un po’ di rumore. Che qualche volta può dar fastidio ma non aver alcun rapporto con la insicurezza.
Queste che sono per ora enunciazioni di principio possono con un lavoro politico istituzionale trasformarsi in ulteriori azioni di governo e fare da spunto all’apertura del forum.
A cura di Manuele Braghero con il contributo di Massimiliano Scardigli