Intervento al Convegno sull’immigrazione

Due cose su alcune problematiche che vengono riscontrate dagli amministratori e dai quindici Sindaci della zona Empolese Valdelsa/Comprensorio del cuoio, problematiche simili a quelle sentite anche oggi ma forse con una particolarità: quella di vederle appunto affrontate a livello sovracomunale: 15 comuni insieme.

Già dai tempi dell’approvazione della legge “Martelli” la nostra zona ha iniziato a costruire una politica coordinata sull’immigrazione, grazie anche a stimoli di un volontariato sempre più radicato tra gli immigrati e consapevole della complessità del problema.

Superando l’angustia dei “centri di prima accoglienza” previsti dalla legge, i Sindaci vararono per tempo un piano per alloggi in affitto agli immigrati che lavoravano nelle concerie, nelle vetrerie, nel terziario, nelle mille fabbriche artigianali.

Nello stesso momento si posero prima di tutto l’obiettivo della conoscenza del fenomeno, essenziale per una programmazione seria sul territorio, lavorando in due direzioni:

-Il contatto diretto con gli immigrati, ricercato principalmente attraverso le scuole gestite dal volontariato,

-la registrazione del fenomeno dal punto di vista quantitativo e qualitativo con la creazione di una banca dati.

Non fu possibile realizzare tutto, ma la “filosofia” dell’accoglienza contenuta in quel progetto si è sviluppata poi in una serie di iniziative, anche amministrative, che hanno condotto, circa un anno fa, a un Accordo di programma che consentisse di progettare per un triennio politiche concertate sull’immigrazione e di favorire l’accesso ai diritti di cittadinanza per i migranti presenti nel territorio.

Quello che volevamo e vogliamo fare era ed è “uscire definitivamente da una filosofia dell’emergenza e passare a una pratica della trattabilità“.

Abbiamo destinato a tale progetto risorse significative dei bilanci comunali – senza peraltro trovare forme che consentissero un supporto finanziario da parte di altri Enti. Abbiamo messo in piedi un minimo di struttura operativa a livello dei quindici comuni costituita da una unità di coordinamento, da un osservatorio, da un servizio di mediazione linguistico culturale, da una politica di sensibilizzazione culturale rivolta alle scuole ed al territorio.

Su questo sono state impostate varie iniziative che non sto qui ad illustrare ma che ritengo rappresentino un riferimento ed un modello che varrebbe la pena di essere seguito con attenzione specialmente per quanto riguarda l’aspetto della collaborazione tra Comuni.

La convenzione tra i comuni veniva discussa e approvata, a larga maggioranza, in ognuno dei 15 consigli comunali proprio nei giorni dell’emanazione del decreto sull’immigrazione.

Partendo dalle nostre esigenze di amministratori, abbiamo subito espresso su quel decreto un giudizio assai severo.

Il decreto, nella sua formulazione e nel suo operare avrebbe dovuto dare risposte articolate e mirate alla concretezza del fenomeno. Così non è stato. Anzi. Voglio dire chiaramente di più. Il decreto da solo non poteva e non potrà mai agire positivamente: occorreva ed occorre una legge seria ed articolata senza la quale si tappa, malamente, l’emergenza e non si costruisce, assolutamente, la prospettiva e poi occorre tener conto del collegamento con l’Europa ed il ruolo che in questo può giocare il Governo.

Il decreto da solo cancella anni di lavoro, confronto, dibattito tra forze del volontariato, sindacati, giuristi, forze politiche, amministratori. Azzera la complessità e la molteplicità del fenomeno “immigrazione”, l’immigrato viene messo alla berlina di correre un rischio atroce: il rischio di essere visto, in modo prevalente come un soggetto pericoloso da neutralizzare ed espellere o come mera forza-lavoro, da sfruttare senza nessun rispetto nè per le sue esigenze concrete né per eventuali periodi di difficoltà sia sul lavoro, che sull’alloggio.

Bisogna avere il coraggio di dire che non ci siamo!

Bisogna avere il coraggio di invertire la tendenza, l’orientamento di fondo che ci deve ispirare, tutte le istituzioni e tutti i livelli, per entrare nell’ottica vera di Governo e uscire immediatamente, direi brutalmente, dalla logica dell’emergenza. Tante volte lo si è detto: cerchiamo una volta per tutte di vedere fino in fondo cosa significa. Affrontiamolo come affrontiamo altre materie del nostro governare sulle quali abbiamo più esperienza e più strutture. Sapendo che quello che faremo in scelte di governo, in questa materia più che in altre, produce uno stato d’animo, una coscienza diffusa, comporta un orientamento dell’immaginario collettivo verso un fenomeno che sta facendo solamente capolino nelle nostre collettività ma che dipenderà da questa fase la possibilità o meno di gestirlo con un consenso, con una cultura, in modo positivo e propositivo, come una ricchezza come fattore di progresso.

Attenzione dunque che tutto sia in una logica complessiva che vada in questo senso. Può essere preoccupante, ad esempio, introdurre una logica premiale, che sempre più avvalora presso l’opinione pubblica l’equazione immigrato = criminale. Può essere preoccupante che le voci più amplificate sul fenomeno immigrazione siano state quelle del Capo della Polizia e del Ministro degli Interni dando l’idea che il problema sia principalmente quella di ordine pubblico. Può essere preoccupante che si parli, strumentalmente, del rapporto tra mafia e sbarchi di albanesi (un rapporto che, senza una seria politica dei flussi in arrivo, aumenterà sempre di più).

Non dico che questi aspetti debbano essere ignorati o taciuti. Questi aspetti esistono e sono da affrontare. Ma quando si affrontano bisogna avere sempre a fianco una proposta più efficace e più forte, un peso maggiore, in provvedimenti e messaggi, verso la soluzione reale, seria, culturale, qualitativa ed efficace della questione. Bisogna far pesare il governo concreto delle cose, l’aspetto culturale e di emancipazione rispetto all’aspetto collegato con la sicurezza.

Nel territorio che amministro con altri 14 sindaci si sta verificando, come in altre zone d’Italia, che le frequenti operazioni di polizia producono una serie di arresti collettivi con l’effetto di colpire, in maggioranza, immigrati albanesi che non sono affatto criminali ma che hanno l’unica colpa di contravvenire all’art. 7-bis del decreto: che, cioè, non hanno commesso alcun reato, ma che sono esse stesse un reato.

Queste persone per la maggior parte lavorano, soprattutto nell’edilizia, al nero e in modi precari. Non a loro è da imputare la situazione che si sta determinando in generale nel mercato del lavoro italiano, che costituisce senza dubbio uno dei più rilevanti problemi della società che mi sforzo di amministrare.

Resta il fatto che senza di loro, e senza i senegalesi e i marocchini nelle concerie e nelle fonderie, senza i cinesi che al nero lavorano nelle confezioni e nella pelletteria, l’economia della zona subirebbe un notevole colpo; come, senza i filippini, altra nazionalità presente in gran numero nella zona, forme di assistenza ad anziani e ammalati, rese difficili dalla cosiddetta razionalizzazione del welfare, sarebbero più difficili. E’ necessario, certo, che questa forma di lavoro sommerso diminuisca: ma intanto sta aumentando, e non per colpa degli immigrati (la cui presenza, se mai, ne è un effetto).

Se intanto non si regolarizza chi questi lavori li fa, sia come dipendenti che come lavoratori autonomi fantasma saremo condannati a convivere con forme di sfruttamento sempre meno controllabili. Occorre avere coraggio: fare emergere più razionalmente gli immigrati come cittadini che lavorano in queste condizioni, e istituire con loro, i sindacati, le camere di commercio, le Aziende e tutti gli altri soggetti interessati un percorso che conduca a un miglior governo del lavoro e delle sue implicazioni intrecciate di diritti e doveri.

Senza il riconoscimento di queste persone come cittadini sempre più a pieno titolo, il ruolo di un sindaco, la sua funzione soggiacerebbero a un’ingiustizia di fondo, a un’ipocrisia continuata. Come abbiamo iniziato a fare destinando nostre risorse, vogliamo essere riconosciuti come sindaci di tutti quanti abitano e lavorano nel nostro territorio, anche degli immigrati.

Per questo ci fa paura la rappresentazione distorta e falsificata dell’immigrato che si diffonde presso l’immaginario collettivo. Per questo cerchiamo di intervenire sulle condizioni di vita dell’immigrato, cercando di contrastare i processi di marginalizzazione favoriti dalla legislazione vigente. Per questo, da tempo chiediamo che una legislazione più efficiente riconosca ai nostri comuni competenze che vengono ora affidate alle questure, con le consuete implicazioni di discrezionalità che portano a restrizioni sistematiche rispetto allo stesso dettato della legge, spesso “sancite” da circolari ministeriali o da ordini di servizio interni.

Senza un trasferimento delle competenze dalle Questure agli Enti locali sarà sempre più difficile intervenire positivamente in processi di integrazione e inserimento, e la popolazione dei nostri territori sarà sempre più inerme di fronte a campagne xenofobe e razziste.

Ancora: è necessario riconoscere agli immigrati il diritto di voto alle elezioni amministrative, non, come di recente è accaduto, promettendolo in contesti di sospetto scambio politico (il voto ai buoni contro la via libera a una “severita” ipocrita e inefficace), ma come strumento inderogabile di corretta convivenza civile.

Come altre volte, una presunta Realpolitik si rivela lontanissima da un livello accettabile di conoscenza, previsione, governo della realtà. Questo hanno capito, e ci stanno dicendo gli immigrati, sulla base di una conoscenza diretta, privilegiata sul piano qualitativo e spesso basata su dati quantitativi attendibili e validi.

Riteniamo importante, per la convivenza democratica, che continuino a dirlo a noi amministratori: ma certo tutta la “filosofia” della legislazione, così com’è e così come spesso si intravede potrebbe essere dalle troppe dichiarazioni incaute, rischia di umiliare gli immigrati che per anni hanno insistito sul rapporto con le istituzioni e sul tema dei diritti di cittadinanza e di sospingerli lontano dalle amministrazioni, in forme di sfiducia, di marginalità, di impossibilitato dialogo civile

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