Conclusioni al convegno sul Volontariato empolese

Credo che il Convegno abbia già fatto quello che doveva e quello che c’è da fare senz’altro non lo si può fare attraverso delle conclusioni, seppure del Sindaco. Prima di tutto vorrei ringraziare gli Assessori regionali che sono intervenuti a questo Convegno non tanto per passerella, specialmente l’intervento di Benesperi; su quello di Don Stinghi non dico niente perché i suoi interventi mi sembra siano stati riconosciuti da tutti come approfonditi e seri. Principalmente vorrei ringraziare le Associazioni anche perché io credo che oggi, sebbene poi quando ci si trova a vivere le cose questo non sembra mai e non riserviamo la giusta importanza. Oggi credo si sia fatto un passaggio importante, che può lasciare un segno.

Ha già lasciato un segno. Per la prima volta ci siamo messi in grado di discutere. Ma guardate bene, non oggi, perché se si fosse fatto un Convegno chiamando scienziati di fama europea a parlarci del Volontariato, poteva anche essere una cosa artificiosa. Invece in questi mesi le associazioni si sono viste, hanno ragionato di queste cose, ci hanno discusso, ci hanno pensato; siamo arrivati a questo Convegno che poi è stato un momento, pratico, di costruzione effettiva di un passaggio. E quindi io credo che il risultato rimarrà perché c’è stato tutto ciò. Non è stata la giornata di oggi. E’ stato il lavoro preparatorio. E’ stato il fatto che prima di tutto al Convegno sono intervenute persone che hanno relazionato su un lavoro fatto in questi ultimi mesi. E quindi non è una cosa artificiosa ed autocostruita, una giornata che passa e va, ma è una cosa che è entrata nel merito e che quindi può essere usata senz’altro in maniera positiva per costruire ancora qualcosa di più avanzato.
Come mai abbiamo fatto questo Convegno?
E’ stata solo una sollecitazione che è venuta per la sensibilità di qualcuno o c’è qualcos’altro? Non è un caso che la società empolese in questo passaggio si ponga alcune riflessioni, alcuni interrogativi su quello che è oggi il mondo del volontariato.
E’ un momento ricercato perché bene o male era opportuno, incontrarsi, vedersi, fare un convegno sulle associazioni del Volontariato o forse questa era una sensazione che per lo meno da parte del Sindaco vi era la necessità di cominciare ragionare anche di qualcosa di più grosso.
Non lo so se sia venuto fuori oggi. In parte sì. Forse non era neanche giusto venisse fuori oggi, però io credo che qualcosa di più grosso in realtà ci sia.
E qualcosa di più grosso io credo che si possa riassumere così. Cioè, oggi, tutto il mondo del volontariato che ha vissuto per anni, perché ha vinto delle sfide in alcune parti della società civile, di più in alcune parti meno; in alcune città di più e in alcune città meno, si trova forte nella realtà empolese, organizzato, strutturato, ma si sente ancora una ricchezza, un qualcosa in più che rispetto alla società, alla politica, alla vita di tutti i giorni. Si mette a disposizione della società ma che proprio per essere un qualcosa in più quasi quasi se ne potrebbe fare anche a meno.
Intanto già da anni io credo che per alcune fasce di Volontariato non si possa dire che se ne può fare a meno. Però ancora c’è questa cultura nella società, forse anche nelle Associazioni di Volontariato stesso; tanto più c’è nell’Ente pubblico. Ma la domanda da farsi, secondo me, non è tanto quello che è ora e quello che è stato, ma quello che potrà essere. Cioè io credo che bisogna cominciare a interrogarsi seriamente sul fatto che questa risorsa, ma con questa semplifico, perché poi non è solo il Volontariato, ha delle serie probabilità di diventare la risorsa essenziale, non più una ricchezza in più, ma da diventare una risorsa essenziale, e strategica, per la nostra società.
Scusatemi se faccio alcune riflessioni di questo tipo, ma io penso ne vada la pena.
Io credo che lo sviluppo, in generale a livello internazionale stia entrando in conflitto con quella che è la società; si sta entrando in conflitto quotidianamente perché la crescita economica non riesce ad alimentare, non riesce ad incrementare, come faceva una volta, ma divora quasi, la socialità, la coesione, la socializzazione. Non assorbe, come è stata in grado da fare, ma produce e in maniera molto allargata, fenomeni di marginalità, fenomeni di esclusione, fenomeni di disgregazione. E il pubblico, che per anni è stato in questo quadro un attenuatore di queste cose oggi sembra più, gli stati sembrano più orientati ad investire le proprie risorse per partecipare a questa sfida, che è la sfida della globalizzazione che non ad attenuare questi effetti che si stanno producendo nella stessa società.
Questa specie di “patto sociale”, di ordine sociale, che è stato anche un po’ alla base degli ultimi decenni si sta in qualche maniera destrutturalizzando. Vi è un nuovo ciclo produttivo nel quale prende predominanza il mercato, il cliente, la globalizzazione non solo del mercato, ma anche del mercato del lavoro. All’interno di questo ciclo produttivo si registra un mondo del lavoro per così dire, sporco, che tende ad avere dei processi lavorativi eterogenei, dispersi sul territorio, non formalizzati, quindi l’artigiano che divenga parte però di un processo produttivo di un’impresa più grande, anzi grandissima, anzi a livello internazionale, anzi impresa del mercato globale. Figure che non sono più uniformate nel mondo del lavoro a quelle classiche. Gente che comincia a lavorare da casa. Uffici che non stanno più nelle fabbriche. Il tutto finalizzato però ad un processo che è quello di globalizzazione che poi ha un fine ultimo che è quello che tutti si partecipa positivamente affinché questo mercato giri affinché questa macchina funzioni.
Ecco io credo che, allora, in questa ottica, dove il problema degli stati può essere può quello di diventare competitivi rispetto ad altri. Noi oggi abbiamo già un problema di entrare, giustamente, in Europa. Per entrare in Europa dobbiamo fare sacrifici, investire risorse. Abbiamo questo tipo di problemi, come Paese.
In questa ottica in cui gli stati sono più portati a partecipare a questa, come dire: competizione globale, accanto alle imprese multinazionali che hanno al loro interno, vi è forse meno spazio per avere risorse a disposizione per attenuare i danni sociali che poi vanno avanti, le marginalità di cui parlavo all’inizio.
Ecco che allora si innesta un nuovo processo, che non è più quello di competere, fra pubblico, privato, volontariato; di avere delle competizioni asfittiche. Un nuovo processo che, secondo me lascia povero, lascia destrutturato quello che è il territorio, cioè la necessità di avere bisogno indispensabile di un nuovo patto sociale, su quello che è il territorio. E sul territorio vi è l’istituzione pubblica, vi è l’ente locale, vi sono i comuni, ma vi sono anche le Associazioni di Volontariato; vi è anche tutto un terzo settore che deve crescere e deve svilupparsi.
Cioè, tutta questa nuova organizzazione produrrà conseguenze che se il territorio non avrà la capacità di dare risposte proprie, mettendo a disposizione le risorse che ha, e quindi il pubblico, e quindi il volontariato, e quindi il terzo settore, poi porta dei danni sociali profondi, perché non saremo in grado di dare risposte altrimenti.
Non o se sono stato chiaro per i pochi minuti che possono avere avuto a disposizione per questa cosa. Mi pare però che su questo ci sia bisogno di ripartire con una riflessione, che poi è la riflessione di fondo di cui facevo riferimento all’inizio e cioè che se questo è vero, se questa analisi da approfondire fosse giusta, allora il volontariato diventa risorsa essenziale. Perché? Perché il fenomeno della globalizzazione dei mercati, il fenomeno della nuova tipologia del lavoro porta con sé anche conseguenze di necessità e indispensabilità della flessibilità da parte dell’impresa.
Questo porta con se quindi delle conseguenze che per essere flessibile l’impresa ha bisogno di manodopera, di cervelli, di strutture interne che pensino per l’impresa. Non il contrasto che c’era una volta laddove il mercato era vasto e si doveva produrre tanti pezzi perché comunque si riusciva a venderli e il problema era quindi fare tanti pezzi standardizzati perché poi a venderli non era un dramma perché il mercato li richiedeva, oggi il mercato è ristretto; occorre fare pochi pezzi ad un prezzo valido e riuscire però ad essere flessibili, ad accogliere esigenze sempre nuove.
Questo comporta quindi che tutti si partecipi a questo procedimento; questo comporta che non vi sia contrasto sociale fra impresa e lavoratori. Questo comporta che, quel patto sociale di cui parlavo prima poi deve avere delle conseguenze sul territorio. Questo comporta, come sta comportando, che molti lavoratori devono uscire dalla produzione; aumentano i disoccupati, aumentano le fasce di incertezza sociale. Questo comporta che deve essere costruito, se si vuole avere un minimo di cuscinetto, un minimo di risposta a questa cosa, un settore nuovo nel quale queste persone debbano essere coinvolte, debbano essere utilizzate, debbano trovare ……
Io parlo di cose, per lo meno cerco di accennarle, che senz’altro non sono cose a noi vicine nel tempo; senz’altro sono cose che specialmente per una realtà come la nostra, quella empolese, in cui è ancora forte l’impresa artigiana, la piccola impresa, in cui il modello economico è ancora molto lontano, però io credo che questa lettura di fondo bisogna cominciare ad averla, perché è solo se si inizia ad averla, che ci si sente veramente responsabili di quello che si sta facendo. Cioè oggi diventa veramente responsabile ragionare in questi termini, di come si strutturerà questo settore.
E allora se vogliamo che questo nuovo terzo settore, come lo chiamano, non “profit”, ecc., che è un po’ di moda nei passaggi, sia politici che giornalistici, cresca, si sviluppi, nasca nella maniera opportuna, noi dobbiamo vincere un’altra sfida che è quella di farlo nascere in un ambiente, in un contenitore adeguato in cui vi sia un’impronta culturale dichiaratamente e marcatamente impostata sul sociale. E questa impronta culturale, dichiaratamente e marcatamente impostata sul sociale si può avere solo se a queste cose, fin dall’inizio ci lavorano: il territorio, le istituzioni sul territorio, l’associazionismo, il volontariato sul territorio. Perché questa è la parte sana che può pensare culturalmente alla sfera del sociale più che a quella delle merci e degli interessi economici.
E allora questa è una grossa sfida che noi senz’altro non avremo da combattere domani o lunedì, avremo da combattere fra qualche anno, ma è una grossa sfida che, un’area come questa in cui il Volontariato è forte, in cui le Istituzioni sono vicine al volontariato, in cui per anni si è lavorato e si lavora insieme, bisogna che si ponga già da ora l’obiettivo di giocare questa battaglia e di vincerla.
Questo patto sociale nuovo, tra territorio e società civile rientrare, ritornare a fare politica; quello che diceva Rossi, in maniera concreta, ritornare a fare società civile, è una cosa che in un’area come questa è una sfida che deve essere giocata.
Cose più concrete. L’obiettivo di questo Convegno era anche quello, dichiarato fin dall’inizio, di ricercare un coordinamento.
Mi pare che su questo già nei pre-convegni si siano espresse favorevolmente tutte le Associazioni, anche chi è intervenuto oggi si è espresso favorevolmente. Io penso che di qui a breve si possa andare a costituire un comitato unitario di coordinamento, una consulta, comunque un organismo, verso il quale il Comune si impegna a fare la sua parte, fino anche se è ritenuto giusto ed opportuno a farne il coordinamento, e forse sarebbe, da un punto di vista tecnico, la cosa migliore. Certamente il Volontariato deve rimanere una ricchezza autonoma verso la quale non si possono imporre delle scelte ma lo strumento tecnico il comune lo può fare di essere da coordinamento. Credo che, al di là dei tanti discorsi che si possano fare bisogna mettere anche sul tappeto delle iniziative concrete. Noi stiamo per aprire, come comune, un ufficio di relazioni con il pubblico. Io penso che se il Volontariato lo vorrà, se il coordinamento che si costituirà lo vorrà, questo Ufficio di Relazioni con il pubblico può anche fornire tutte le informazioni ai cittadini su quella che è l’attività del Volontariato.
Può essere quel libretto parlato da alcune persone che stanno nell’Ufficio, alle quali i cittadini si possono rivolgere e possono avere le risposte che vengono anche da parte delle Associazioni del Volontariato.
Alla stessa maniera mi sento di essere d’accordo anche su questo bisogno che c’è di comunicare, sia all’interno del nostro territorio che verso il resto del mondo e di mettere a disposizione – noi andremo presto a costituire una rete civica, spero di tutti i comuni dell’area, su Internet, chiaramente ormai siamo tutti lì; alla stessa maniera mi sento di mettere a disposizione questo strumento. Così come si può valutare la possibilità, presso l’Ufficio di Relazioni con il pubblico, di istituire un Ufficio di assistenza per chi ha esigenze, come ho sentito prima, di tipo burocratico, amministrativo, legale per il Volontariato.
Non è un impegno grandissimo. Io credo non importi stare aperti tutti i giorni, 24 ore al giorno. Si tratta di avere però un primo riferimento perché buttarne uno qua e uno là, io credo che il posto migliore sia averlo laddove si presuppone che i cittadini vadano per avere il maggior numero di informazioni.
Questa è una cosa concreta che si può incominciare a mettere insieme.
Io credo poi che dobbiamo fare un altro sforzo tutti insieme. Il Volontariato opera su tante tematiche. Io insisto nel dire che bene o male la tematica principale è quella legata nell’ambito del sociale, anche se poi ci sono tantissime associazioni che lavorano in ambiti diversi, ma quella prevalente è quella in ambito sociale.
Lo dico perché mi torna comodo per fare un altro tipo di ragionamento. Noi oggi siamo stati qui e abbiamo fatto il nostro primo Convegno del Volontariato di Empoli. Da un alto si deve essere soddisfatti, da un altro non troppo, nel senso che io credo che laddove il Volontariato voglia operare in maniera ottimale, così come laddove le Amministrazioni vogliono governare in maniera ottimale, bisogna incominciare a ragionare anche nel Volontariato per ambiti. Non basta essere coordinati a Empoli, ma se l’Associazione di Volontariato opera nella Sanità e nel sociale, il suo ambito di riferimento deve essere quello che è l’ambito di riferimento della sanità e del sociale, cioè deve essere l’ambito di riferimento dei comuni che stanno sulla nostra USL, perché così si integrano veramente le nostre forze.
Noi diciamo oggi: intanto accontentiamoci di realizzare un coordinamento del volontariato di Empoli, ma io credo che l’obiettivo di fondo di tutte le Associazioni del volontariato sia quello di cercare di lavorare e di pensare per ambiti. Quello dell’assistenza sociale e della sanità è questo; ecco perché noi stiamo facendo una battagliai grossa; mi dispiace che l’assessore Benesperi non ci sia più, per dire che la revisione della legge 42, la legge sul sociale non deve essere fatta avendo di riferimento le Provincie, ma deve essere fatta avendo a riferimento l’ambito vero, ottimale, in cui il sociale opera, che è quello del territorio in cui si trovano le USL, che per la nostra Toscana coincide quasi sempre con le Provincie, eccezion fatta che per la nostra USL.
Anche il Volontariato deve ritrovarsi a ragionare per ambiti di questo tipo. L’abbiamo visto ora che siamo a fare il DEO. Il DEO agisce sull’ambito della USL e quindi sono nati rapporti, anche lì, non diciamo di scontro, ma di conflittualità fra le associazioni che operano in comuni diversi. Poi siamo arrivati a definire la cosa. Arriveremo a delle forme di coordinamento più incisive, ma io credo che uno sforzo debba essere fatto anche in questo senso.
L’ultima cosa su cui mi voglio soffermare è sulla Formazione. Cioè io ho la sensazione che si scopra un po’ la formazione come l’elemento che può risolvere tante cose, e siccome in questo settore si scopre in ritardo, non perché l’ha scoperta in ritardo il settore, ma perché il pubblico non ha fatto il ragionamento con il quale cercavo di iniziare confusamente io per cui si è accorto in ritardo che il sociale può stare benissimo insieme alla formazione professionale e alla formazione classica. Eccome se ci può stare, perché, oltre a produrre un beneficio sociale, è un elemento che produce un miglioramento economico, della ricchezza del territorio.
Ma proprio per questo io credo che sulla Formazione le Associazioni di volontariato, ritenendolo giustamente un elemento strategico per migliorarsi e per migliorare il territorio, devono tentare in tutti i modi di aiutare gli enti locali in quella che è la battaglia che si sta conducendo, per avere nell’empolese Valdelsa una nostra agenzia di formazione, ed è una battaglia che si sta conducendo nell’ambito del Distretto industriale, insieme all’associazione di categoria, insieme ai Consorzi. Ed è una battaglia che ormai è quasi vinta, ma che deve partire e io credo che se nell’empolese l’Agenzia di Formazione partisse proprio con questa caratteristica specifica, di essere molto legata a progetti non tanto sul volontariato e basta, ma su tutto ciò che riguarda questo patto sociale di cui cercavo confusamente all’inizio di parlare, sarebbe fortemente caratterizzante all’interno della nostra Regione. E quindi anche su questo vediamo di concordarci perché più messaggi arrivano e meglio poi si arriva ai risultati.
Io non voglio dire altro se non che, non dimentichiamoci, non facciamo festa oggi e poi ci si rivede fra sei mesi, un anno. Chi ha organizzato il Convegno io credo possa fare uno sforzo in più, questa volta proprio volontariamente e darei proprio mandato di ritrovasi entro un mese, per rimettere a posto le idee che ci siamo dette qui oggi, che tra l’altro io spero possano essere prodotte abbastanza velocemente sugli atti del Convegno e partire concretamente in alcune delle cose che si dicevano oggi e che mi pare ci invitava a fare prima anche giustamente don Stinghi, che anch’io ho cercato di invitare a fare.

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