Credo abbiamo davanti un lavoro difficile e impegnativo che richiede il massimo da tutti noi, nuove idee, forte coesione del partito, gran entusiasmo e gioco di squadra da parte di tutti noi singoli componenti di questa forza che vogliamo migliore.
Lavoro difficile.
Abbiamo detto, molti interventi e la relazione l’hanno detto:
-L’Italia è un Paese che sta subendo un forte declinio.
-L’Italia si allontana sempre più da essere uno dei principali Paesi Industriali: sta smantellando molta parte della sua industria.
-E’ il Paese con la percentuale di anziani più alta del mondo e con il minor aumento di nascite dei paesi industrializzati.
-E’ il Paese dove i livelli di cultura, di istruzione, di ricerca scientifica sono tra i più bassi d’Europa, con una delle più basse percentuali di laureati.
-In dieci la quota delle esportazioni è scesa enormemente e in quelle di prodotti tecnologici siamo almeno 4 punti sotto a Francia e 6 sotto la Germania.
-Gli automatismi della modernizzazione sono tutti in chiave conservativa, tese cioè a conservare le rendite di posizione, i compartimenti stagni, le corporazioni.
-Le donne sono la categoria che ne risente di più anche se sono sempre più preparate e competitive dei maschi e si genera quindi che chi è più preparato rimane indietro e chi lo è meno prende le leve del potere.
-La mobilità sociale è ingessata: il figlio fa il lavoro del padre, i primi a conservare il lavoro in famiglia sono i professionisti, ci si sposa con quello accanto di banco, la progressione formativa non si basa su una vera selezione, etc. Eppure il futuro delle giovani generazioni è una delle prime cose di cui dovremmo occuparci e la politica sembra intimorita che a metter mano a questo argomento si possano rompere equilibri con le classi sociali "collocate". Si ha paura di metter mano ad una scuola realmente selettiva.
-Nelle persone non c’è sicurezza, vi è un avvilimento diffuso. Vi sono segnali inquietanti sull’uso esteso di tranquillanti e sostanze in giovani generazioni e generazioni di mezzo, spesso appartenenti al medio ceto.
-E’ spesso questo il disagio del ceto medio, grande pancia della cipolla sociale italiana che rappresenta al meglio il peso della presenza di una classe media estesa fatta di impiegati, commercianti e tecnici.
Questa classe si sente a disagio perché impoverita, vulnerabile. Non solo per la perdita del suo potere d’acquisto (reale ma non sufficiente a farla distaccare da Berlusconi) ma anche perché sta percependo sulla pelle che questo tipo di mercato non ha più bisogno dei grandi valori che furono rappresentati da questa classe: la moderazione, la laboriosità, il merito, la stabilità sociale. Tutto ciò sta producendo malcontento profondo in questa classe che in Italia ha garantito un equilibrato compromesso tra efficienza economica, coesione sociale e libertà politica.
Questo pone seri problemi alla politica. Non si farà politica nei prossimi anni se non si riesce a condensare la frammentazione sociale, se non si riesce a ritessere la rappresentanza contro il leaderismo carismatico oggi in crisi, se non si parla a un blocco sociale di riferimento, se non si capisce come tale blocco sociale si articola sul territorio, se non si riesce a seguire il destino dei vari territori. Quello che si dovrà fare è conciliare l’adozione di provvedimenti capaci di rimettere l’economia al passo dei concorrenti con la capacità di chi si è scoperto vulnerabile. E non si può contrastare l’impoverimento con politiche redistributive e compensative di tipo classico che funzionano solo per casi e settori marginali, non quando è colpito, come oggi, il grosso del ceto medio.
E la politica di sinistra dovrà avere un atteggiamento aperto e duale. Dunque complesso. Un atteggiamento culturale nuovo in cui si prenda definitivamente atto che esiste una società consolidata con le sue rappresentanza, ma esistono anche le famiglie e gli individui. Pur essendo composte dagli stessi soggetti, queste due entità sono non immediatamente riconducibili l’una all’altra.
Sta ad una seria e moderna politica di sinistra attivare un’azione che guardi con capacità elaborativa ed organizzativa su questi due fronti, quello della società nel suo complesso e quello degli individui e delle famiglie nel particolare.
Guardare alla società nel suo complesso significa anzitutto guardare ai soggetti della rappresentanza che sono e rimangono ancora forti e vitali, se pur mutati e trasformati. I soggetti della concertazione rimangono il principale interlocutore delle nostre attenzioni politiche nella progettazione dello sviluppo e nella sua attuazione.
Ma occorre guardare attentamente e con nuova capacità di elaborazione e azione organizzata alla tendenza verso l’individualizzazione dei comportamenti e a come le persone si sentono e si muovono in quanto individui. Non vedendo, guardando a questo come qualcosa di negativo per forza. Gli italiani si tesserano ancora molto e ciò basta al permanere di organizzazioni di rappresentanza forti e strutturate. Ma c’è molta più fluidità che porta a farsi rappresentare di volta in volta a seconda dell’istanza personale da raggiungere. Ma vi sono
Questo esiste anche in classi una volta senz’altro al di sopra di questa tendenza come la classe operaia. Sono cambiate molto le caratteristiche e le modalità del lavoro manuale e all’interno, con l’abolizione della grande fabbrica uguale dappertutto e la realtà di una frammentazione produttiva diversificata nei settori e sul territorio, fatta di lavoro flessibile prevalente, si va a perdere quella caratteristica di grande monolite portatore di un interesse comune che fu rappresentato dalla classe operaia del passato. E al suo interno si sono formate e sono in formazione nuove identità che diversificano, pur iscritte allo stesso sindacato (pur non essendo quasi mai il caso della cgil), i loro obiettivi politici e sociali. Altrimenti non si spiega, tra l’altro, come possa il berlusconismo o la lega, aver fatto breccia ed essersi consolidati anche con il consenso di tanti lavoratori.
Approcci diversi e individualità diffuse pur essendo appartenenti alla medesima classe sociale o alla stessa organizzazione di rappresentanza. Dobbiamo tenerne conto. E capire quali sono i temi su cui si trova una unitarietà di comportamenti: quello della maggioranza della società organizzata e quello del modo di vivere come singoli, quello che sentono i singoli.
Uno di questi temi è senza dubbio quello della pace. Avere timore, incertezza, su questo tema equivale, oltre che a fare un pessimo servizio all’umanità (il che basta e avanza) a non cogliere che oramai la nostra società, sicuramente quella a livello locale, si aspetta che almeno su questi temi il nostro partito sia perfettamente in sintonia con loro, "ci si senta bene".
Altri temi sono quelli legati alla salute, alla giusta alimentazione, al benessere, alla salvaguardia dell’ambiente, alla cura del paesaggio, all’utilizzo del tempo libero a fini culturali e ambientali, alla bellezza della forma e delle arti. Oggi sono questi temi dove non siamo più alle elaborazioni avanzate di un partito della sinistra che tenta di portarle in una società sempre più avanzata, ma siamo alla pratica quotidiana di tanti piccoli o grandi atti che tante persone, che prima o poi saranno la maggioranza, scelgono tutti i giorni di farle essere pratica quotidiana, parte del loro tempo, motivo di educazione costante nel comportamento dei loro figli. Anche su queste cose occorre una identità, una carica positiva del nostro partito che faccia sentire un senso di appartenenza forte alle persone che le vivono.
Il ruolo della politica a livello locale, di questa classe dirigente, delle Istituzioni continua ad essere un ruolo determinante in questo percorso. Vedete, noi stiamo dicendo da anni alcune cose che oramai siamo anche stanchi di pronunciare di nuovo. Ci veniamo a noia da noi stessi quando ce le sentiamo dire. Eppure dobbiamo domandarci quanto queste cose siano conosciute, sentite e condivise dalle persone che vivono il nostro territorio. Quanto siamo stati e siamo in grado di farle divenire obiettivo generalizzato.
E’ solo se riusciamo a parlare, proporre, recepire il contributo delle persone, solo cioè se siamo in grado di dispiegare una forte azione del nostro partito nei luoghi dove avvengono queste dinamiche che riusciremo a portare a obiettivo di tutti le nostre politiche riformiste, a entrarci nel merito una per una, a riempire di contenuti che entrano nella vita delle persone le tante infrastrutturazioni che abbiamo messo in campo e a rafforzare il risultato che compete storicamente ad un partito forte e diffuso come il nostro: dare un’idea chiara ma aperta al contributo di tutti dell’idea che abbiamo del nostro futuro collettivo.
A partire da qui si può cominciare a ragionare su un nuovo blocco sociale centrato sulla coalizione fra una pluralità di soggetti. Occorre fare coalizione fra locale e globale per costruire uno spazio che consenta d’andare dal locale al globale e viceversa. Occorre fare coalizione fra lavoro normato e lavoro autonomo, comprendendo che queste condizioni sono più intrecciate di quanto non appaia. Occorre fare coalizione fra differenti identità etniche e culturali, superando l’idea che il fenomeno dell’immigrazione sia temporaneo: siamo solo all’inizio e dunque dobbiamo strutturare tutte le nostre forze per affrontarlo al meglio, come risorsa positiva e duratura e non come rischio che prima o poi finirà.
Occorre andare oltre l’economia della prossimità e del vicinato tipica dei vecchi distretti, cresciuti tra imprenditori locali che si arrangiavano. Nei vecchi distretti il grande alleato era il sindaco-imprenditore della comunità locale; poi c’era il direttore della banca dove gli imprenditori scontavano le loro cambiali, e infine le associazioni di rappresentanza che insegnavano a pagare meno tasse e a tenere i libri-paga in ordine avendo per alleato il commercialista che seguiva da vicino il tutto. L’epoca dei distretti nasce così.
Questo modello non basta più. Partendo dalla drammaticità della transizione, dobbiamo entrarci dentro. Quello che occorre è fare evolvere modernamente certe funzioni superiori. Dobbiamo organizzare funzioni superiori.
-La ricerca e innovazione che può essere organizzata dal pubblico o dal privato, possono farlo l’impresa che lo trasforma in un business oppure l’università o un centro servizi. Funzioni di ricerca industriale come il tessile tecnico, i nuovi materiali, l’elettronica, le biotecnologie.
-Fare sponda alla nascita di nuove leadership industriali, quelle della media impresa che riesce a internazionalizzarsi e a produrre sia qui che altrove, e che può in alcuni casi accorpare microimprese che da sole non riescono ad andare sul mercato internazionale ma che possono vantare un altissimo contenuto artigianale.
-Incoraggiare un terziario qualificato, il commercialista dei tempi moderni, per stimolare il sistema finanziario e le banche a riprendere una strada che sembra interrotta.
-Mettere le mani nel piatto sulla questione delle banche, che si sono alzate dal territorio verso una finanziarizzazione spinta offerta tra l’altro all’imprenditore come individuo più che come impresa, che porta alle isole Cayman ma non alla valorizzazione del territorio stesso. Per risolvere i problemi c’è bisogno di una liquidità finanziaria che riconosce un sistema territoriale, lo quota al mercato globale e riporta i soldi sul territorio.
-Portare avanti il tema della modernizzazione delle reti, reti da intendersi in maniera ampia, non solo le reti soft ma anche quelle hard delle multiutility. Smettere di provare una specie di disagio su questo aspetto perché può aver prodotto e può produrre alcuni problemi di rapporto con la cittadinanza. Risolvere questi problemi entrandoci dentro come complesso del partito, come complesso delle forze di coalizione, capendo che è uno dei pochi casi in cui si è costruito sviluppo nuovo sul territorio, sviluppo innovativo, e che ha le potenzialità per espandersi e produrre veri risultati di sistema. Un vero modo tremendamente concreto di fare sistema territoriale.
-Utilizzare e rapportarci con la rete delle imprese sociali, le cooperative sociali, tutto quello che sta venendo avanti da questo punto di vista, che è un settore dell’economia.
Questi mondi, il mondo dell’economia, non si aspettano necessariamente la soluzione ai loro problemi ma hanno un fondamentale bisogno di leadership, di un’indicazione della strada da percorrere. E questa non la possono aspettare che da noi.
Si aspetta che siamo noi, insieme a loro, a selezionare i progetti, mobilitare le energie, chiamare a raccolta i soggetti, e pensare anche a misure di accompagnamento per una fase di transizione critica (cioè misure difensive) potrebbe restituire un minimo di fiducia e togliere un po’ di incertezza.
Abbiamo di fronte un mondo fortemente colpito nella sua essenza di imprenditore, di lavoratore, di produttore di ricchezza. Proprio in questi giorni un giovane imprenditore già colto dalle difficoltà economiche di chi si è visto aumentare i propri prezzi del 30% dal cambio euro-dollaro ed in piena ristrutturazione aziendale con tanto di riduzione di posti di lavoro, mi diceva di aver ricevuto una contestazione da un cliente americano per un ordine consegnato nel 2003 per decine di migliaia di dollari. Dollari che il cliente avrebbe detratto dalla fattura che deve pagare nei prossimi giorni. Lo diceva Nigi ieri sera: certamente non risolviamo questi problemi andando loro a parlare di "fare sistema", ma bisognera pur essere accanto a questi imprenditori, a questi lavoratori colpiti indirettamente e denunciare con loro l’aggressione economica che stanno subendo da politiche commerciali tese da una parte a combattere l’espansione economica europea e dall’altra a farli sentire parte di questa Europa che tenta di costruire forza economica e nuove politiche estere e monetarie. Insieme a loro a non farsi prendere in giro da un governo che continua a dire il problema non c’è, che le cose vanno bene e che cura gli interessi in loco di chi attua queste politiche commerciali avverse.
Ecco perché non dobbiamo stancare di ascoltarci quando portiamo avanti i nostri temi. Ecco perché l’unico modo per farlo è affrontarli ad uno ad uno nel dispiegarsi delle loro potenzialità. Attuarli. Renderli concreti ogni giorno di più. Farli percepire nella loro attuazione.
E poi tessere il rapporto tra queste dimensioni economiche e sociali, tessere la forma in cui il locale riesce a dialogare con il globale. Quindi: quale ruolo per la Regione, quale ruolo per l’ente Provincia, per noi in modo particolare della difesa del ruolo del Circondario e della sua crescita di importanza, rispetto a una dimensione di comunità geograficache diventa importante. E la verifica se questo ruolo lo ha o non lo ha. E se non è sufficiente la necessità di rivendicare ancora maggiori livelli più adeguati al territorio.
E ancora scavare e migliorare il ruolo degli strumenti che in questi anni ci siamo costruiti sul territorio, dall’agenzia per lo sviluppo all’università, dalla formazione professionale alla scuola superiore, per valorizzarli, rilanciare le loro competenze e il loro ruolo e metterli in squadra con tutto il sistema territoriale. Dare loro indirizzi precisi, far crescere la loro possibilità di percepire una collocazione fondamentale in uno sviluppo futuro ben delineato, delineato insieme.
Il ruolo delle tante politiche riformiste che abbiamo attuato per spingerle e rilanciarle come valori di comunità che sono o saranno presto a disposizione della comunità: come quelle sui servizi pubblici locali, sul sistema socio-sanitario, su quello della formazione, su quello ambientale, dell’inclusione sociale.
Costruiamo la nostra piattaforma e mettiamoci a pieno titolo queste politiche, questi strumenti, e avanziamole alla società dando l’idea precisa di quello che proponiamo come sviluppo del nostro territorio. Presto saranno visibili le nuove, importantissime infrastrutture che abbiamo ottenuto per il miglioramento delle condizioni di questa area. Questo ci aiuterà.
Costruiamo la nostra piattaforma e proponiamola ancora una volta a tutti gli attori e troviamo il verso, anche politico, di veicolarle con il giusto peso verso la Regione. La Regione è il luogo che sta in mezzo, tra lo sviluppo locale e la dimensione globale. E noi dobbiamo garantirci che essa sia in grado di dialogare con i vari sistemi e portare queste piattaforme dentro le reti lunghe. E’ lì che noi dobbiamo concentrare l’attenzione se vogliamo che il nostro territorio non soffra di questo handicap.
Tocca a una forza come la nostra mettere questi temi sul tappeto. Tocca alla politica e tocca al nostro partito farlo, lanciarlo come obiettivo per tutto il territorio del Circondario.
Apriamo un grande confronto su questo. Lanciamo l’idea di fare un "grande seminario aperto" di area a cui andare con le nostre idee per confrontarle con tutti i soggetti di cui ho parlato sopra. Costruiamo queste idee in un modo di fare politica che esca dallo schema dell’organizzazione e delle iniziative solo a livello di sezioni e dispieghiamo il lavoro dei nostri compagni, di chi ha voglia di darci una mano, nei luoghi dove vivono e lavorano tutti i soggetti di cui parlavo prima.
Nei luoghi dove danno il loro contributo tanti giovani lavoratori con impieghi flessibili che non danno loro una prospettiva solida. Costruiamo le nostre piattaforme con loro, per ricercare questa prospettiva possibile dando segnali tangibili, dove possiamo, di "voler caricare questi lavori di diritti fondamentali", come ha detto ieri un compagno della sinistra giovanile.
Apriamoci a questi giovani e al loro contributo, prima di tutto ai giovani della sinistra giovanile che stanno facendo il forum dei giovani eletti nei consigli comunali del circondario, che ci chiedono un diritto di cittadinanza pieno nel nostro partito.
Che si metta in relazione con i luoghi della cultura, del tempo libero. C’è sempre più organizzazione del tempo libero nei soggetti familiari e individuali. E’ lì che dobbiamo andare a intercettare questi soggetti nella loro collocazione collettiva. Poniamoci verso la comunità come una grande forza che lavora con le persone per costruire nuova socialità, indicando e costruendo un futuro e uno sviluppo per la nostra area.
E’ in questo, collegata a questo, il ruolo che una forza come la nostra può avere verso la questione dei giovani e della costruzione di una nuova classe dirigente. Per superare quella contraddizione che sembra vivere anche il nostro partito come la società italiana: manca classe dirigente nuova e ci sono tante giovani forze qualificate a disposizione.
Spazio per qualità è talvolta impedito. Non certo per un problema di potere. Ma va favorito attraverso una atteggiamento di forte attenzione e di adeguamento degli strumenti: luoghi di confronto e approfondimento, scuola, istituto di formazione politica. Vediamo se riusciamo a farlo.
