Siamo alla quarta edizione del "Sant’Andrea d’Oro" ed oramai è divenuta una consuetudine importante per la città che in questa occasione dà un riconoscimento a chi si è reso operoso nei suoi confronti e nei confronti della sua comunità.
"Pietro ed Andrea semplici pescatori, gente comune, gente di fatica eppure straordinariamente disponibili nei confronti del prossimo": anche quest’anno occorre tenere fede a questo simbolo riportato sulla medaglia che consegnerò e che è ripreso dal codice miniato presente nel patrimonio della Collegiata.
Cose, simboli, consuetudini che fanno parte di una storia di una città, di una storia di una comunità e che ne tracciano i connotati in maniera forte, indelebile. La storia di questa città è fatta di queste cose, quasi sempre forti e indelebili.
Di questa storia, specialmente di quella più recente, fa parte un elemento che è stato ed è un tracciante fondamentale, un segno distintivo, con tante particolarità sue e del contesto: la presenza religiosa in tutti i suoi aspetti e come presenza verso la collettività, verso le sue problematiche sociali, culturali ed umane, verso chi ha più bisogno e verso l’impostazione che la collettività si è data e si sta dando.
Stamani siamo qui a compiere un gesto semplice ma nobile, che non ha bisogno di molte parole per essere descritto, attraverso il quale la città dà un giusto riconoscimento alla presenza religiosa in città e lo consegna a chi da molti anni la rappresenta come massima responsabilità ed autorità in modo esemplare e con una qualità certamente molto elevata: Monsignor Giovanni Cavini.
Diversi sarebbero i nomi di parroci, suore, istituti religiosi da richiamare citando il ruolo che hanno avuto o che hanno. La storia di Empoli è fatta anche di questi nomi e del riflesso che hanno avuto ed hanno in rapporto con tutto il resto. Ma non voglio farlo.
Stamani siamo qui a significare un qualcosa di più generale, una presenza che complessivamente ha assunto certi connotati ed ha espresso determinati valori. E’ forse più difficile che citare specificità ma questo è il modo per dare ancora maggior valore, maggior senso, a questa cerimonia, sempre semplice anche se importante.
Mi sia consentito, allora, cercare molto brevemente di cogliere alcuni di questi aspetti, perlomeno nella storia più recente.
Un aspetto prima di tutto: la presenza religiosa in città è stata una presenza nella quale il livello degli uomini e donne di chiesa che l’hanno contraddistinta è stato ed è certamente qualificato.
Un secondo aspetto: il metodo con cui si è manifestata questa qualità è stato un metodo basato, come dire, su una disponibilità positiva ed attiva.
Queste due cose insieme hanno prodotto un ruolo in cui, accanto ad una vera capacità di mettersi al servizio degli altri uomini e donne, della comunità e di chi la rappresenta, questo si è verificato con estrema capacità di operare quasi in silenzio, in modo riservato ma operoso, senza apparire o voler pesare più del dovuto se non per mantenere gelosamente una propria autonomia nell’operare e nell’essere autorità riferimento di tutti. Tutti tratti salienti del buon governo e valori veri da trasmettere alla comunità che si rappresenta come valori di metodo che vengono prima di quelli di contenuto. Valori da condividere il più a lungo possibile, al di là degli orientamenti, come valori del fare prima che dell’apparire, tra chi ha la responsabilità della guida, sia essa civile o religiosa, dell’intera comunità e deve trasmettere alla stessa, prima di tutto, la serietà e la responsabilità del ruolo per farli divenire serietà e responsabilità collettiva.
Un altro aspetto: la capacità di avere trasmesso con forza e decisione i valori universali e prima di tutto quello della pace. Solo un ricordo, quello delle iniziative e della manifestazione che terminò con la messa in Collegiata e che fu fatta in città contro la guerra del Golfo. Un’azione operosa, diretta, per manifestare insieme alla parte "civile" della città, a chi la rappresenta istituzionalmente, il netto rifiuto alla guerra ed ai conflitti violenti tra gli uomini.
L’altro aspetto ancora riguarda il ruolo che la presenza religiosa ha avuto nella crescita culturale della città. Notevole è la presenza di istituti scolastici religiosi e di momenti di partecipazione e di approfondimento culturale che fanno riferimento al mondo cattolico in generale ed alla presenza religiosa in particolare, non importa citarli. Mi preme solo rammentare che quando la città era priva di istituti superiori fu proprio il comune a richiedere ad un istituto religioso di portare la sua presenza in città ospitandolo nell’ex Convento degli Agostiniani. Quanto questa cosa ha dato impulso, ha consentito di velocizzare i tempi e la qualificazione di una presenza in città oramai completa di istituti di ogni ordine e grado compresa, da poco, la presenza dell’Università? Io credo tanto, ed anche questo è un fatto.
Per ultimo, ma senz’altro primo in ordine di importanza, vi è l’aspetto del grande apporto che la presenza religiosa ha dato e sta dando in tutte le attività che riguardano chi ha avuto meno fortuna, chi ha diritto di accesso ad essere ascoltato meglio e prima degli altri: i più svantaggiati. Anche qui non voglio fare citazioni, sarebbero tante: dagli interventi per chi è senza un alloggio, chi è senza un pasto, chi non si può permettere una cura o un’assistenza fino a chi ha bisogno solo di socializzare e di crescere ed educarsi insieme agli altri, spesso, giovani.
Questi sono alcuni aspetti complessivi del senso con cui oggi conferisco questo riconoscimento, il Sant’Andrea d’Oro, a Monsignor Cavini ed a quello che rappresenta.
Consentitemi di concludere, prima di passare alla consegna del Sant’Andrea, ricordando che quest’anno sono 25 anni che Monsignor Cavini è a Empoli. Lo ringrazio per quello che ha fatto e che sta facendo e gli faccio, e faccio alla città, gli auguri più sinceri perché possa continuare per ancora tanti anni a svolgere questo suo compito così come lo ha svolto in tutti questi anni e per il quale gli siamo tutti sinceramente riconoscenti.
