Possiamo dire che ce l’abbiamo fatta: volevamo questa piazza con tante persone e ce l’abbiamo fatta, siamo veramente in tanti, qui, oggi. Salutiamo questo fatto positivo: facciamo un applauso a questa piazza, ai comuni, alle associazioni antifasciste, combattentiste, dei reduci, alle altre associazioni, agli studenti, ai volontari, ai cittadini che sono qui oggi, che siamo qui oggi.
E’ importante essere qui oggi. E’ la nostra collettività tutta insieme, gli undici comuni del nostro Circondario. Oggi è il 25 Aprile, festa di Liberazione del nostro Paese. Ma è un 25 Aprile particolare, con una guerra in corso e con una tragedia di centinaia di migliaia di profughi in corso.
Questo è per noi un profondo fastidio che sentiamo, che viviamo nelle nostre coscienze come fosse un male che avanza senza poter fare niente per liberarcene, che proviamo ognuno con un nostro modo personale ma che sentiamo profondamente tutti e che non sappiamo cosa fare per liberarcene.
E’ un fastidio profondo che sentono quanti hanno vissuto nel periodo fascista e ne hanno sopportato le conseguenze: i perseguitati politici, gli ex volontari della Guerra di Liberazione, i superstiti della deportazione, i familiari dei deportati e dei fucilati il 24 luglio del ’44, i familiari dei caduti civili e militari.
E’ un fastidio profondo che sentono i giovani, gli studenti, giovani ragazze e ragazzi delle scuole della città che partecipano a questa manifestazione e che sono saliti su questo palco a darci la loro lezione.
E’ un fastidio profondo che avrebbero sentito le persone oramai scomparse che hanno vissuto la guerra di liberazione se fossero state ancora con noi. Fossero stati presenti avrebbero, con la stessa umanità, con la stessa naturalezza con cui lo ha fatto prima Dirce, avrebbero testimoniato ancora una volta di cosa sono stati capaci donne e uomini nati e cresciuti nella semplicità e nella modestia, che, quasi istintivamente, ma con grande tenacia e rigore, hanno portato avanti la loro attività politica e militare di lotta al fascismo pagando per questo conseguenze durissime: il carcere, la tortura, il campo di concentramento, l’impossibilità di avere figli.
Ha detto La Pira: – Empoli rappresenta un punto speciale della geografia dell’Antifascismo, un punto speciale nella geografia della Resistenza -.
Punto speciale perchè la lotta Antifascista, l’organizzazione costante e strutturata che intorno ad essa venne sistematicamente durante la Resistenza, lo stesso dinamismo con il quale prese poi corpo la ricostruzione, furono frutto di un grande coinvolgimento di massa, di un grande cemento culturale e politico che si snodò ininterrottamente dalla nascita del fascismo in poi.
Nella nostra zona i perseguitati dal regime fascista non sono stati degli isolati, degli “estremisti”, ma sono stati il prodotto di un tessuto sociale e politico molto diffuso, sostenuto dalla gente comune, dalla popolazione.
Solamente ad Empoli quasi cinquecento cittadini pagarono con punizioni durissime la loro opposizione alla dittatura fascista. Un numero impressionante, notevole, che mostra con tutta la sua forza quanto questa battaglia non fosse confinata in un’unica classe sociale, quanto forte fosse il coinvolgimento di tutte le estrazioni sociali: contadini, operai, ma anche artigiani, lavoratori in proprio, intellettuali, studenti.
Mostra con tutta la sua forza quanto decisa fosse la convinzione di ognuno nell’andare incontro anche a sacrifici enormi. Alla base la stessa convinzione – riconquistare il diritto alla libertà e alla democrazia e rivendicare condizioni di vita più accettabili – e la stessa coerenza nel sopportarne le conseguenze.
Non era facile.
Non era facile resistere, fare scioperi, rivendicare miglioramenti salariali e diritti politici.
Non era facile avere un ideale, una convinzione, una certa impostazione della vita e dell’esistenza mentre cercavano quotidianamente di portarti via da sotto i piedi questa vita e questa esistenza.
Certamente la nostra classe operaia era combattiva e coraggiosa. Ma altrettanto certamente doveva essere forte il legame tra classi, l’attaccamento al lavoro, il senso di libertà e un grande ideale che potesse fare da motore, da strumento, da elemento ordinatore e che quasi sempre era l’ideale comunista.
La Resistenza ha significato per noi fucilazioni, rastrellamenti e uccisioni per rappresaglia dei tedeschi. Ha significato scenari incredibili, eccidi di civili innocenti, tappe atroci lungo la ritirata dei nazisti.
Ha significato civili morti durante i bombardamenti alleati, famiglie intere decimate in pochi secondi, un prezzo altissimo imposto dalla guerra, e ancora la distruzione del territorio urbanizzato: case, fabbriche, ponti, chiese, palazzi pubblici, vie di comunicazione, bombardati dagli alleati o minati dai tedeschi.
Ha significato partenza di volontari per partecipare all’ultima tappa della guerra di liberazione dall’occupazione nazifascista: ormai liberate, le nostre città vollero offrire con generosità il proprio contributo alla liberazione dell’Italia ancora occupata, esprimendo una continuità ideale con l’antifascismo militante.
Molti combattenti sono morti durante la guerra di liberazione. Tutti coloro che combatterono credevano in un futuro, nel futuro. Quella gioventù che ebbe quella grande volontà di sacrificio, che si unì sotto la parola Resistenza, di una Resistenza internazionale e concorde contro lo scempio dei loro Paesi, contro l’onta dell’Europa hitleriana e l’orrore di un mondo nazifascista e fascista, non voleva solo “resistere” ma voleva fortemente essere l’avanguardia di una migliore società umana. Questo è il vero messaggio, quello aperto al futuro, che ci hanno lasciato i martiri della Resistenza europea: per loro resistere alla violenza non era sufficiente ma occorreva che dalla coscienza di lottare per la libertà nascesse l’utopia, una grande utopia, di avere un futuro di pace, l’alba di una migliore società umana per la quale l’obiettivo sia il bene comune, oltre gli egoismi, la violenza, il potere del profitto.
Questa nostra, di oggi, è davvero la migliore società umana per cui lottarono i combattenti della Liberazione? Siamo riusciti a trasformare la loro grande utopia della pace in una teoria cultura della pace? Certamente no. Non siamo riusciti, quello che sta accadendo lo dimostra, a liberarci dalla dannazione della guerra. Ma a noi sta il compito di non arrendersi e se anche siamo in presenza di un mondo che continua a produrre guerre, dobbiamo sapere che sta a noi cambiare il corso della storia e migliorarne il suo futuro. O l’uomo sarà veramente universale o morirà e per fare questo ha ancora da compiere una strada lunga su una via stretta che trasformi l’utopia di pace in cultura della pace e alla volontà si aggiunga una ferma convinzione.
Il tema dei crimini di guerra non è ancora chiuso, non solo la guerra permane come strumento per gestire conflitti di vario tipo, ma sono stati compiuti – quasi come appendici “normali” dei conflitti – eccidi di massa, stupri, torture, deportazioni… ancora oggi, come se non fosse già successo e condannato dai tribunali internazionali e dalla coscienza collettiva.
Questo è quello che sta accadendo nei Balcani, oggi, qui vicino a noi. Tutti noi credo ci sentiamo in qualche modo scioccati e increduli di fronte a ciò che sta avvenendo. Ora, la guerra è “in casa”, si riesce quasi a percepirne il frastuono e a scorgere i bagliori all’orizzonte. Colpisce luoghi che ci sono tutto sommato familiari per averli visitati con facilità.
Il nostro fastidio è profondo anche perché l’ambito dei Balcani è una polveriera dalla quale hanno sempre preso origine i conflitti più estesi e spaventosi. Una polveriera che per qualche decennio, in questo secondo dopoguerra, sembrava disinnescata. La federazione Jugoslava, sotto il dominio di una personalità discutibile ma indubbiamente prestigiosa come quella di Tito, pareva aver trovato un equilibrio, precario ma tutto sommato accettabile, di convivenza tra i diversi popoli. Al Kosovo, regione a grande prevalenza albanese, nell’epoca di Tito, era stata concessa un’ampia autonomia.
Alla morte di Tito – per ragioni ormai note e che non è il caso di richiamare qui – molti di questi precari equilibri sono saltati e la federazione è andata rapidamente incontro alla disgregazione.
La comunità internazionale, ovvero l’Unione europea e in particolare alcuni paesi dell’Unione, di fronte a questa disintegrazione, invece di lavorare alla ricostruzione degli equilibri persi, hanno scelto, spesso per ragioni di bottega, di soffiare sul fuoco dei nazionalismi, accelerando e inasprendo il processo che ha dato per risultato le guerre di secessione di Slovenia e Croazia e poi la grande e tuttora purtroppo incombente tragedia della Bosnia-Erzegovina e di Sarajevo.
Queste cose le dicevamo già nel luglio del 1995 quando ci trovammo a riflettere sull’inasprimento distruttivo degli avvenimenti che già tre anni prima erano apparsi nella loro connotazione e che allora stavano precipitando. Sono passati quasi 4 anni e siamo di nuovo qui, con i fatti di queste settimane. La comunità internazionale, l’Unione europea e i grandi paesi dell’Europa non sono quindi esenti da responsabilità nella tragedia jugoslava.
La crisi del Kosovo chiama in causa la responsabilità dell’Europa, ne sollecita ancora una volta la crescita come comunità politica, la chiama a giocare la sfida politica, non quella militare, di agire perché i Balcani divengano al più presto, come i paesi del continente che sono ancora fuori dal trattato dell’Unione Europea, membri a tutti gli effetti dell’Unione.
Ovviamente è una sfida difficile perché comporta un processo di democratizzazione in questi nuovi paesi aderenti, ma è l’unica via che può essere affrontata dall’Europa se vuole assestarsi come confederazione fra paesi che vogliono stare insieme conservando la loro diversità e che non usano i conflitti per regolare le loro differenze. Questa Europa, l’unica Europa possibile, non può fermarsi al confine della ex Jugoslavia e per farlo deve tirare fuori tutta l’azione efficace della politica.
Il regime serbo-jugoslavo di Milosevic è un regime dittatoriale, odioso, ottuso, criminale, che è riuscito, tra le altre cose, revocando l’autonomia del Kossovo, a far riesplodere un focolaio di tensione nelle forme a tutti note.
L’origine e la colpa degli avvenimenti gravi di oggi si chiamano massacro di Bucovar, Fosse comuni, pulizie etniche. Si chiamano violazione dei diritti umani. Si chiamano Serbia che non ha offerto alternative.
Ma di fronte all’ostinazione, all’irriducibilità e anche agli orrori del regime di Milosevic in Kossovo – e all’irriducibilità, bisogna dirlo, dell’Uck, il partito indipendentista albanese – non c’era altra soluzione se non il ritiro della delegazione OSCE e il ricorso alla forza da parte della NATO?
Noi eravamo e restiamo convinti – e con noi molti altri italiani, lavoratori, comuni cittadini e personalità – che si dovessero esperire, in questi anni, lunghi anni, fino alla cocciutaggine, altre e possibile vie alternative di pressione e di negoziato per mettere fine alla repressione serba nel Kossovo e riportare le componenti al tavolo della trattativa e che il ricorso al linguaggio delle armi rischi di contribuire ad aggravare ed estendere il conflitto, inasprendo ancor di più gli odi, i risentimenti e i propositi di vendetta. Ecco a cosa sarebbe servita e a cosa servirebbe un’Europa politica.
Noi qui, oggi, dobbiamo sentire il bisogno di esprimere l’assurdità, il ribrezzo per la guerra in generale come strumento di soluzione delle controversie e dei conflitti e dobbiamo esprimere un forte richiamo affinché cessi questo intervento.
Questo mondo ormai unipolare, dove gli Stati uniti rischiano di essere rimasti l’unica potenza dominante, sembra ormai scivolare su una china che può divenire inarrestabile. Si sta rapidamente passando da una fase, già di per sé preoccupante, in cui il “via libera” dell’ONU assumeva spesso le forme di un imprimatur di legittimità messo all’ultimo momento per “coprire” un intervento, ad un’altra in cui si ritiene di poter fare a meno anche di qualsiasi elemento o copertura di legittimità formale da parte dell’ONU.
Il nostro compito e il nostro dovere è quello di associarsi alle numerose voci che chiedono la sospensione immediata delle ostilità da parte della NATO e il ritorno alla trattativa, per perseguire, con ostinazione, la via del dialogo e della pace. L’iniziativa deve essere restituita alla politica e alla diplomazia.
Il governo italiano – che sembra essere considerato un interlocutore privilegiato da Belgrado – al di là di ogni sottile distinzione sulla qualità della partecipazione del nostro paese al conflitto – deve farsi portatore di un’iniziativa forte che prema per la sospensione immediata delle azioni di guerra e rilanci le trattative di pace nei modi e nei tempi ritenuti più opportuni dai canali diplomatici, realizzando cosi concretamente il dettato costituzionale che vede l’Italia ripudiare la guerra come strumento di soluzione delle controversie internazionali.
Non abbiamo bisogno di fare retorica sull’assurdità e la crudeltà della guerra, né sulle vittime e sulle distruzioni che provoca. Dirò solo che, come tutti noi, se mi è consentito come tutti gli empolesi, provo un brivido ogni volta che apro il giornale o guardo la televisione e vedo, a due passi da casa, immagini di un’Europa che credevo ormai relegate ai documentari o ai film di guerra; e provo angoscia per il nostro futuro e quello dei nostri figli. Figli più grandi o più piccoli che si stanno abituando come noi a vedere queste immagini che con questa nuova tecnologia bellica sono trasmesse insieme a città colpite che quasi non interrompono le loro normali attività. Immagini dunque che sembrano girate apposta per farci abituare alla guerra
Noi non vogliamo abituarci alla guerra.
La guerra può essere fermata. Ma può essere fermata solo se iniziano discretamente i negoziati. La soluzione deve essere politica. Ci sono già dei cambiamenti nella posizione di Milosevic e possono dare spazio alla soluzione politica. Deve essere ricercata attraverso il dialogo, la tenacia diplomatica, il compromesso, la verifica paziente, ma ferma, di ogni spiraglio lasciato dall’azione militare.
Se Milosevic mostra una qualche disponibilità alla presenza di forze ONU nel Kosovo essa deve essere verificata fino in fondo per vedere se si tratta dell’ennesimo escamotage o della possibilità di andare a fare quello che appare la cosa davvero discriminante e cioè imporre sul terreno la presenza di una forza multinazionale a garanzia del rientro di tutti i profughi.
L’obiettivo non è quello di occupare la Jugoslavia, ma di porre fine al massacro ed ai crimini commessi contro la popolazione kosovara, alla quale deve essere assicurato non solo il diritto alla vita ma anche quello ad una loro sostanziale autonomia.
Noi abbiamo aspirazione alla pace e alla serenità, al rifiuto di ogni forma di guerra, chiedendo che siano fermati i bombardamenti e siano ripresi i negoziati attraverso un’azione dell’Unione Europea sui Balcani e sostenere con forza che venga riattivato immediatamente il ruolo dell’ONU affinchè prenda il controllo del territorio una forza multinazionale di interposizione.
Siamo venuti qui oggi con profondo fastidio per quanto sta accadendo e con tanti dubbi su cosa potere e dovere fare. Ma se siamo qui in tanti è anche perché abbiamo anche delle certezze.
Abbiamo la certezza che è nostro compito di non restare inattivi, di non chiudersi in se stessi, di manifestare il nostro disagio e la nostra volontà di pace. Questo abbiamo fatto prima di tutto in questa bella mattinata di crescita collettiva delle nostre città.
Abbiamo la certezza che non dobbiamo arrenderci di fronte alle atrocità commesse da un dittatore pazzoide che gioca il nazionalismo come arma di distruzione e che non dobbiamo arrenderci alla guerra che sta imperversando: non esiste pace conquistata con le armi, pace raggiunta con le scorciatoie militari. L’unica pace duratura è quella che viene dal suo radicamento nella coscienza dei popoli.
Abbiamo la certezza che dove vi è gente nel mondo che ha bisogno del nostro aiuto e della nostra solidarietà, noi dobbiamo e vogliamo esserci. Ecco perché oramai da settimane si stanno raccogliendo fondi e mezzi per le popolazioni del Kosovo e per le popolazioni civili colpite dalla guerra dei balcani. E vogliamo continuare a farlo, nella società, nelle sue istituzione, nelle associazioni, tra i lavoratori, nelle scuole e tra i giovani.
Da questa manifestazione ci venga ancora un ulteriore stimolo per rimboccarci le maniche in questa grande azione di solidarietà e ci vengano le giuste sensibilità per occuparci da vicino di quello che sta accadendo con la coscienza e la partecipazione di cittadini consapevoli di avere il prorpio paese in guerra con un’altro.
Abbiamo infine la certezza di essere tutti profondamente convinti che il cammino per la costruzione della pace è l’unico certo per credere in un mondo migliore ed avere un futuro migliore. Sappiamo, siamo consapevoli, che è più facile scendere in guerra che costruire con sacrificio, quotidianamente, la pace. A noi però interessa essere profondamente convinti che a queste zone, a queste collettività, è concesso solamente costruire il proprio futuro sulla scia e sulla tradizione della nostra storia: ci è concesso solo il percorso lento, duro, pieno di sacrifici per la costruzione quotidiana della pace attraverso la partecipazione attiva alle cose del mondo. Alle nostre collettività è sempre interessata ed interessa la storia, perché, come diceva Gramsci a suo figlio Delio, la storia riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può che piacerci più di ogni altra cosa.
E le nostre collettività vogliono continuare a partecipare alla storia attraverso la partecipazione quotidiana, con momenti come questo di stamani, alla costruzione di un futuro migliore con il sacrificio dello studio e del lavoro, la pazienza del confronto, la concretezza dell’azione quotidiana.
