La guerra nei Balcani: Consiglio Comunale

Solo qualche mese è passato – era l’autunno dell’anno scorso, da quel consiglio comunale aperto precipitosamente convocato per affrontare l’emergenza della ripresa dei bombardamenti anglo-americani sull’Iraq. Cambia lo scenario, cambiano i popoli e le vittime, immutato e drammatico rimane il panorama di guerra, di morte e di distruzione.
Già all’epoca, credo di averlo detto in tale occasione – e non era necessario essere profeti – presagi e segni preoccupanti e sinistri erano nitidamente percepibili, qui vicino a noi. Tutti noi credo ci sentiamo in qualche modo scioccati e increduli di fronte a ciò che sta avvenendo. Ora, la guerra è “in casa”, si riesce quasi a percepirne il frastuono e a scorgere i bagliori all’orizzonte. Colpisce luoghi che ci sono tutto sommato familiari, Belgrado e altre città della Jugoslavia, veramente a due passi da noi, zone nelle quali spesso siamo state durante le nostre vacanze.
Consentitemi di non soffermarmi sugli avvenimenti e sui termini della questione del Kossovo che stanno al fondo di questa crisi. Giornali e televisioni hanno informato e informano abbondantemente sull’argomento e credo che tutti noi siamo stati in grado di avere una panoramica dei fatti.
Una cosa però mi preme dire, almeno per inquadrare la questione. Credo che tutti noi, anche i più distratti in materia storica, siamo in grado di ricordare come, a scuola, fin dalle prime classi ci venisse descritto l’ambito dei Balcani come una polveriera dalla quale hanno sempre preso origine i conflitti più estesi e spaventosi.
Ebbene, per qualche decennio, in questo secondo dopoguerra, questa polveriera sembrava disinnescata. La federazione Jugoslava, sotto il dominio di una personalità discutibile ma indubbiamente prestigiosa come quella di Tito, pareva aver trovato un equilibrio, precario ma tutto sommato accettabile, di convivenza tra i diversi popoli. Al Kossovo, regione a grande prevalenza albanese, nell’epoca di Tito, era stata concessa un’ampia autonomia.
Alla morte di Tito – per ragioni ormai note e che non è il caso di richiamare qui – molti di questi precari equilibri sono saltati e la federazione è andata rapidamente incontro alla disgregazione.
Quello che mi preme è che la comunità internazionale, ovvero l’Unione europea e in particolare alcuni paesi dell’Unione, di fronte a questa disintegrazione, invece di lavorare alla ricostruzione degli equilibri persi, hanno scelto, spesso per ragioni di bottega, di soffiare sul fuoco dei nazionalismi, accelerando e inasprendo il processo che ha dato per risultato le guerre di secessione di Slovenia e Croazia e poi la grande e tuttora purtroppo incombente tragedia della Bosnia-Erzegovina e di Sarajevo.
E guardate, queste cose le dicevamo già nel nostro Consiglio Comunale del 26 luglio del 1995 quando ci trovammo a riflettere sull’inasprimento distruttivo degli avvenimenti che già tre anni prima erano apparsi nella loro connotazione e che allora stavano precipitando. Sono passati quasi 4 anni e siamo di nuovo qui, con i fatti di questi giorni. La comunità internazionale, l’Unione europea e i grandi paesi dell’Europa non sono quindi esenti da responsabilità nella tragedia jugoslava.
Il regime serbo-jugoslavo di Milosevic è un regime dittatoriale, odioso, ottuso, criminale, che è riuscito, tra le altre cose, revocando l’autonomia del Kossovo, a far riesplodere un focolaio di tensione nelle forme a tutti note.
L’origine e la colpa degli avvenimenti gravi di oggi si chiamano massacro di Bucovar, Fosse comuni, pulizie etniche. Si chiamano violazione dei diritti umani. Si chiamano Serbia che non ha offerto alternative.
Ma di fronte all’ostinazione, all’irriducibilità e anche agli orrori del regime di Milosevic in Kossovo – e all’irriducibilità, bisogna dirlo, dell’Uck, il partito indipendentista albanese – non c’era altra soluzione se non il ritiro della delegazione OSCE e il ricorso alla forza da parte della NATO?
Noi eravamo e restiamo convinti – e con noi molti altri italiani, lavoratori, comuni cittadini e personalità – che si dovessero esperire, in questi anni, lunghi anni, fino alla cocciutaggine, altre e possibile vie alternative di pressione e di negoziato per mettere fine alla repressione serba nel Kossovo e riportare le componenti al tavolo della trattativa e che il ricorso al linguaggio delle armi rischi di contribuire ad aggravare ed estendere il conflitto, inasprendo ancor di più gli odi, i risentimenti e i propositi di vendetta.
Se sento qui, ancora una volta, il bisogno di esprimere l’assurdità, il ribrezzo per la guerra in generale come strumento di soluzione delle controversie e dei conflitti, intendo allo stesso tempo esprimere un forte richiamo affinché cessi un intervento che mi appare essere illegittimo.
Illegittimo perché Patto Atlantico e NATO, alleanza e strumento puramente difensivi, come tali concepiti e sorti, vengono in questo caso usati, credo per la prima volta nella storia, come strumenti di offesa, sia pure ai fini di ristabilimento della pace.
Già nell’introduzione al Consiglio comunale aperto in occasione dei bombardamenti anglo-americani sull’Iraq ricordo di aver richiamato il concetto che qualsiasi intervento militare esterno, per essere legittimo, dovrebbe aver quanto meno la sanzione delle Nazioni Unite, che, con i gravi limiti a tutti noti, costituiscono, almeno per ora, l’unica organizzazione in cui l’intera comunità mondiale si riconosce e si legittima.
Questo mondo ormai unipolare, dove gli Stati uniti rischiano di essere rimasti l’unica potenza dominante, sembra ormai scivolare su una china che può divenire inarrestabile. Si sta rapidamente passando da una fase, già di per sé preoccupante, in cui il “via libera” dell’ONU assumeva spesso le forme di un imprimatur di legittimità messo all’ultimo momento per “coprire” un intervento, ad un’altra – a mio parere disastrosa per gli effetti che potrà avere in futuro sul rispetto del diritto internazionale e sulle relazioni internazionali – in cui si ritiene di poter fare a meno anche di qualsiasi elemento o copertura di legittimità formale da parte dell’ONU.
D’altra parte, in questo mondo devastato da conflitti di ogni tipo, non esistono, almeno per il momento, alternative alla bussola, pur gravemente inadeguata, delle Nazioni Unite. Chi dovrebbe accertare la necessità e la legittimità degli “interventi umanitari armati” non richiesti? Gli stessi paesi che li attuano? Chi stabilisce dove, come e quando intervenire? Sono domande legittime anche di fronte all’intervento NATO in Jugoslavia.
Per le considerazioni e le riflessioni cui ho accennato mi sembra che il nostro compito e il nostro dovere, per quello che ci compete come rappresentanti dell’intera comunità empolese, sia quello di associarsi alle già numerose voci che chiedono la sospensione immediata delle ostilità da parte della NATO e il ritorno alla trattativa, per perseguire, con ostinazione, la via del dialogo e della pace. L’iniziativa deve essere restituita alla politica e alla diplomazia.
Il governo italiano – che sembra essere considerato un interlocutore privilegiato da Belgrado – al di là di ogni sottile distinzione sulla qualità della partecipazione del nostro paese al conflitto – deve farsi portatore di un’iniziativa forte che prema per la sospensione immediata delle azioni di guerra e rilanci le trattative di pace nei modi e nei tempi ritenuti più opportuni dai canali diplomatici, realizzando cosi concretamente il dettato costituzionale che vede l’Italia ripudiare la guerra come strumento di soluzione delle controversie internazionali.
La posizione di Papa Giovanni Paolo II e l’azione che sta attivamente conducendo in queste ore la diplomazia vaticana credo possano servire da esempio e da stimolo.
Non voglio mettermi qui a fare retorica sull’assurdità e la crudeltà della guerra, né sulle vittime e sulle distruzioni che provoca. Dirò solo che, come tutti noi, se mi è consentito come tutti gli empolesi, provo un brivido ogni volta che apro il giornale o guardo la televisione e vedo, a due passi da casa, immagini di un’Europa che credevo ormai relegate ai documentari o ai film di guerra; e provo angoscia per il nostro futuro e quello dei nostri figli. Figli più grandi o più piccoli che si stanno abituando come noi a vedere queste immagini che con questa nuova tecnologia bellica sono trasmesse insieme a città colpite che quasi non interrompono le loro normali attività. Immagini dunque che sembrano girate apposta per farci abituare alla guerra
Credo che il compito di questo consesso sia quello di farsi interprete di questa aspirazione alla pace e alla serenità, di rifiuto di ogni forma di guerra, chiedendo che siano fermati i bombardamenti e siano ripresi i negoziati attraverso un’azione dell’Unione Europea sui Balcani e sostenere con forza che venga riattivato immediatamente il ruolo dell’ONU affinchè prenda il controllo del territorio una forza multinazionale di interposizione.
Per questo ci dobbiamo auspicare che il Consiglio Comunale di Empoli esca anche stasera con una posizione unitaria a favore della pace.

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