Il 3 novembre del 1918, vicino a Padova, viene firmato l’armistizio che fissa nella data del 4 novembre 1918 alle la fine della Grande Guerra. Si firma il presupposto per rendere l’Italia unita quella ricercata e senz’altro non completata con la fine della guerra ma comunque sancita dalla fine del conflitto.
La guerra aveva letteralmente scardinato le strutture dello Stato liberale e ne aveva minato il prestigio che ancora gli rimaneva; e ciò proprio nel momento in cui vasti strati sociali, il cui mondo era stato circoscritto entro un orizzonte provinciale, venivano costretti dalla forza delle cose a prendere coscienza del loro destino comune e dell’esistenza di una collettività nazionale ed i suoi cittadini più umili vi si trovarono coinvolti, e quindi seppero di essere i cittadini d’Italia quando si trovarono a combattere nelle trincee vestiti da soldati e si resero attori della prima grande esperienza collettiva del popolo italiano e della nascita di una vera e propria opinione pubblica nazionale.
Si completa l’unità nazionale del Risorgimento ad un prezzo molto alto:
- tre anni e mezzo di una guerra durissima
- 600.000 morti da parte italiana
- luoghi che resteranno nella memoria fortemente e dolorosamente segnati: Monte Grappa, Tonale, Piave, Vittorio Veneto.
“La nostra Italia – scrive Benedetto Croce – esce da questa guerra come da una grave e mortale malattia …”
L’Italia esce da una prova molto difficile che ha determinato la dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico. Una prova che ha superato quasi da sola e che è stata il punto di arrivo di un percorso di ricongiunzione all’Italia di territori italiani ancora sotto il dominio austriaco: Trento e Trieste.
Molte analisi si sono fatte della guerra e della vittoria che hanno messo in evidenza l’incapacità della classe dirigente liberale di spendere nel modo migliore i frutti della vittoria e di affrontare i problemi suscitati dal conflitto, i difficili rapporti fra politica, economia e vertici militari, la fine dell’eurocentrismo e l’emergere di altre realtà quali l’America, la Russia, l’Estremo Oriente, …, l’incapacità di completare quel processo di integrazione delle masse nello Stato iniziato proprio con la guerra, …
Ma se è comunque con la fine della guerra che viene sancita l’unità nazionale, essa si attuerà nella sostanza molto più tardi, nel cammino tormentoso della storia italiana e della sua costruzione democratica. E’ però con il 4 Novembre del 1918 che l’Italia può iniziare quel cammino.
E’ ovvio che in questo senso, di fronte ad attacchi più o meno vistosi all’unità nazionale, riacquista un profondo significato fare di questa celebrazione un’occasione per riflettere e per rilanciarne tutto il valore ed il significato.
Ma occorre farlo con attenzione, senza lasciarsi trascinare in conclusioni superficiali o troppo affrettate, senza rispondere con eccesso ad eccessive provocazioni, più o meno studiate ad arte che siano.
Ed allora la prima riflessione che dobbiamo fare è quella sul significato della nostra storia successiva nella quale si è avuta una sostanziale fusione tra Stato e Nazione che ha consentito di reggere all’impatto di una costruzione sociale, economica e democratica che ci ha reso un paese civile ed avanzato. Un processo in cui lo Stato ha svolto il suo ruolo di mediatore sociale di fronte ad un sistema economico che per sua natura lasciato da parte la coesione sociale.
La nostra riflessione è allora quella di avere attenzione a che non si produca, adesso che da questo sistema economico si sta uscendo e andando verso una globalizzazione dei mercati, una inedita separazione tra forma-Stato e idea di Nazione con un indebolimento dello Stato come mediatore sociale, come attore delle funzioni socio-economiche, cui fa riscontro un rilancio eccessivo della Nazione come struttura di appartenenza organica, un recupero della nazionalità come valore unificante, collante culturale di un nuovo rischio che potrebbe venire di utilizzare le comunità nazionali quando servono e di lasciarle escluse dai processi mondiali quando non servono.
In questo consenso occorre difendere i valori dell’antifascismo in quanto cultura politica che ha prodotto una vera unità nazionale e che con maggior pregnanza ha incarnato in Italia una concezione di democrazia basata sulla diversità dei valori, sul pluralismo delle opinioni, sul coraggio di agire antagonisticamente al tentativo di assoggettarle anche con la forza.
Antifascismo che ha dato forma, nella mentalità collettiva, all’idea del conflitto come risorsa sociale e spirituale, come condizione di una sana vita civile e dunque ha costruito nel profondo i fondamenti dello stato democratico. Difenderne i valori significa dunque frapporre un ostacolo di fronte a visioni nelle quali tutte le visioni del mondo siano unificate da un unanimismo che non porta a niente di buono.
Ecco perché c’è chi cerca di sminuire il carattere di massa dell’antifascismo e della lotta di liberazione, di far vivere l’identità nazionale in quelli che stettero a guardare, di dare valore ad un nazionalismo duro.
Altro serve per combattere chi vuole la secessione: occorre lavorare in fretta ad una identità meno velenosa di quella strettamente nazionale o nazionalistica, alla elaborazione di valori condivisi, di progetti collettivi per la costruzione dei quali serviranno conflitti, dualismi, battaglie, ma che alla fine possano portare ad una concezione dello Stato e ad una idea della Nazione nelle quali le diversità siano risorse, le differenze siano momenti di crescita, il contributo dal basso sia determinante per la costruzione di politiche veramente nazionali nelle quali il principio della solidarietà evanescente sia sostituito dalla costruzione effettiva di una solidarietà praticabile, ricostruendo idealità e culture nuove basate su di essa.
Non è un compito semplice né rapido. Ma questo è quello che dobbiamo fare se vogliamo avere un paese unito e delle generazione future che credano in quello che fanno e che lottino per conquistarsi gli spazi dei quali necessitano.
Dobbiamo preoccuparci, questo è un altro spunto di riflessione, dobbiamo preoccuparci se esistono zone del paese, strati della popolazione, nelle quali accanto ad una già grave tentazione diffusa a chiudersi all’interno del proprio territorio come se per resistere alla globalizzazione bastasse chiudersi in casa, persiste una ancora più grave ostentazione, quasi un’enunciazione solenne, tanto orgogliosa quanto misera, della volontà di non confrontarsi con i problemi generali del paese, di voler discutere solo di cose di pertinenza locale, rifiutando qualunque cosa tesa a tenere unità l’unità nazionale, per non parlare addirittura dell’Europa o del rapporto con i paesi del terzo mondo.
Dobbiamo preoccuparci perché queste tesi, quando sono presenti, attraversano tutti gli strati sociali ed a valori come quelli, fortunatamente in via di esaurimento, dell’antagonismo di classe tra operai e capitale si sostituiscono miseramente i valori della appartenenza aziendale e di quella territoriale.
Ci tocca sentir parlare di “servi di Roma” come se fosse un’infamia svolgere una funzione nazionale, il tutto mentre si cerca di costruire un’unione europea. La contraddizione è troppo grossa per non essere preoccupante.
Al di là del discorso secessionistico, con questi discorsi siamo già in presenza della rottura della solidarietà ed essa è entrata e sta entrando nella coscienza di quelli strati sociali che non avrebbero nulla da guadagnarne. Questo è il vero pericolo.
Se le idee di fondo sono l’aziendalismo interclassista ed il localismo non solidale, le presenze di questi falsi, balordi valori sono troppo diffuse. In esso si mescolano, oltre al tradizionale qualunquismo,, anche una radicale opposizione al sistema statale, amministrativo e politico che viene percepito troppo lontano.
Non c’è dubbio che questo è favorito da problemi reali di scarsa efficienza istituzionale, di separazione della politica dalla vita di tutti i giorni, dalle difficoltà di poter contrattare un lavoro, ed è necessario che tutti si lavori per risolvere questi difetti. Ma non c’è altrettanto dubbio che una riforma dello stato ed una diversa collocazione della politica e delle lotte sindacali non porteranno effetti benefici al di fuori di un orizzonte di unità e solidarietà forte e visibile.
“Pensare globalmente ed agire localmente”: senza un programma di rinnovamento infrastrutturale, tecnologico, dei servizi e delle condizioni di vita in loco, adattato alle diverse realtà locali ma concepito in una dimensione nazionale ( e domani europea), il federalismo può risolversi nel decentramento dei difetti della politica anziché nella sua rinascita.
Bisogna farsi tutti attori di questo processo.
.. La partecipazione alla politica dei fatti e dei sentimenti
.. Uscire dalla solitudine e dall’isolazionismo.. partecipare alla gara (anche se si perde…)
Per la costruzione di una nuova politica della solidarietà è necessario ripensare il quadro dei diritti fondamentali da generalizzare e da difendere, perché esso è destinato ad allargarsi progressivamente.
Quaranta anni fa il diritto più importante per i cittadini era quello del lavoro (la terra ed il pane), poi è diventato il diritto ad avere una abitazione ed una istruzione, quindi il diritto alla salute, in seguito il riconoscimento di piena cittadinanza e democrazia sui luoghi di lavoro, poi il diritto all’informazione ed alla mobilità territoriale, oggi il diritto all’aggiornamento professionale e forse alla crescita culturale.
Queste nuove esigenze vanno riconosciute, ordinate e tutelate. Questa è la parte che ci spetta di creazione di un nuovo stato che si colleghi ad un’idea di nazione seria, avanzata ed aperta.